Chiedi chi era Arpad Weisz

Anno XVI dell’Era Fascista: il 13 luglio 1938 un gruppo di studiosi presenta il «Manifesto della Razza». Il 5 agosto Mussolini dispone il censimento degli ebrei residenti nel Regno e il 7 settembre esce il Decreto 1381, che vieta agli ebrei d’insegnare nelle scuole e assumere ruoli nella pubblica amministrazione, con l’obbligo di lasciare l’Italia entro sei mesi.
Arpad Weisz è l’allenatore del Bologna. Rassegna le dimissioni il 16 ottobre, dopo una vittoria casalinga contro la Lazio. Il 10 gennaio 1939, fugge insieme alla moglie Elena e ai figli Roberto e Clara. Passano in Francia attraverso il valico di Bardonecchia. Restano per tre mesi a Parigi, Weisz non trova lavoro, si trasferiscono in Olanda, a Dordrecht, dove per quasi due anni riprende ad allenare, con ottimi risultati.
L’Olanda viene rapidamente sottomessa al Reich, agli ebrei è fatto divieto di lavorare, all’alba del 2 agosto 1942 i Weisz sono arrestati. Li deportano al campo di concentramento di Westerbork, lo stesso dal quale transiterà Anna Frank. Il 2 ottobre salgono sul treno per Auschwitz. Tre giorni dopo, Elena e i figli (dodici e otto anni) concludono il viaggio nella fabbrica dello sterminio, dove il monossido di carbonio è stato appena sostituito dall’acido cianidrico, il famigerato Zyklon B. Gli uomini in buona salute sono trattenuti a Cosel, un campo di lavoro nell’Alta Slesia, dove Weisz resiste alla fame e al freddo per sedici mesi. Lo trovano morto la mattina del 31 gennaio 1944.

Arpad Weisz è stato uno dei più grandi allenatori della storia del calcio.
La dannazione della memoria è la pena aggiuntiva che ha dovuto sopportare, finché la vicenda è stata disseppellita da Matteo Marani (Dallo scudetto ad Auschwitz, Aliberti, 2007).
È il primo allenatore straniero a vincere il campionato italiano. Il primo a conquistare lo scudetto con due squadre diverse.
Nato il 16 aprile 1896 a Solt, cento chilometri da Budapest, raggiunge una discreta fama come calciatore: ala sinistra, fa parte della nazionale alle Olimpiadi parigine del 1924, gioca nel Padova, poi nell’Inter. Nemmeno trentenne, un grave infortunio lo costringe a un’altra carriera. Che i danubiani sappiano insegnare calcio, lo dimostra il fatto che nella Serie A del 1935, sette allenatori su sedici provengono da quella scuola.
Ribattezzata Ambrosiana, l’Inter conquista lo scudetto 1929-30, al debutto del “girone unico”: di quella squadra fanno parte il giovanissimo Meazza, che Weisz spinge a diventare ambidestro, Fulvio Bernardini e Gipo Viani, futuri allenatori.
Il suo Bologna vince due scudetti consecutivi (1936-37 e 1937-38). Vi giocano campioni come Andreolo, Sansone, Schiavio e Fedullo; l’apice del ciclo bolognese è il trionfo (4-1) sugli inglesi del Chelsea nella finale parigina del Trofeo dell’Esposizione 1937, qualcosa di simile all’attuale Champions League. Quel Bologna è la più forte formazione di club sulla scena mondiale. La retorica immortala i rosso-blù con il celebre motto: “la squadra che tremare il mondo fa”.

Oggi una targa in ricordo di Weisz verrà scoperta a San Siro, dopo quella inaugurata qualche tempo fa al Dall’Ara.
Da tempo Gianni Mura insiste a proporre un Trofeo in memoria di Weisz che metta di fronte Inter e Bologna: possibile che ci si debba pensare tanto?

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5 risposte a Chiedi chi era Arpad Weisz

  1. Pietro scrive:

    Bisogna rendere grande merito a Matteo Marani per aver riportato all’onore del mondo la storia di quest’uomo, tragico paradigma delle bestialità perpetrate in quei luoghi infernali e colpevolmente e vigliaccamente rimossa. Che tu possa riposare in pace Arpad, con tua moglie Elena, Roberto e Clara e con voi tutte le vittime di quegli anni atroci. E di questi.

    Un bianconero che ama il calcio e la vita.

    Pietro

  2. Marie Frisa scrive:

    Siete il figlio di Felcia di Bisceglie, sposato a Laura con 2 bambini che vivono in Carrado?

  3. francesco scrive:

    è una storia che conoscevo, con qualche dettaglio in meno

  4. Pellegrini Pasquale scrive:

    NO, NON PUO’ PIU’ ESSERE.

  5. Matteo Marani scrive:

    grazie dell’attenzione, Rudi.
    Un abbraccio
    Matteo

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