La vita è uno schifo

La vita è uno schifo

Léo Malet, Fazi, 1949

La vie est déguelasse ha un ritmo frenetico, strepitose scene d’azione, psicologie ridotte all’essenziale. La scrittura è in prima persona. Il protagonista è un erede distorto di Jules Bonnot, il fuorilegge anarchico che usava le rapine e la pistola per colpire il potere. Malet destabilizza il romanzo poliziesco francese e ridefinisce il paradigma del noir.

La voce narrante è su un’auto con il motore acceso, di prima mattina, insieme a tre complici (Albert, l’autista, il gobbo Paul e il bel Marcel sul sedile posteriore), in attesa del momento topico. Tiene una grossa pistola spagnola sulle ginocchia. Fa già caldo. Passa uno strillone, il protagonista compra una copia e legge una notizia che parla dello sciopero dei minatori, dei soldati che hanno sparato sugli scioperanti, di quattro morti fra cui una bambina di dieci anni. Presenza inspiegabile, scrive il giornale, “a meno che alcuni agitatori non si fossero fatti scudo di lei”.

Sull’auto, sono tutti dalla parte dei minatori. Il protagonista pensa: “Aveva dieci anni. Mi sarebbe piaciuto avere dieci anni. La vita era uno schifo. La conferma veniva quotidianamente”. I quattro stanno per rapinare un furgone portavalori, sperano di farlo senza sparare un colpo, ma sono pronti a uccidere. Cosa che puntualmente avviene. Il colpo riesce, ma la sparatoria attira la polizia e Marcel rimane gravemente ferito.

La vita è uno schifo“La vita è uno schifo” è una frase che il protagonista usa spesso. A volte, per giustificare i suoi stessi gesti. Convince i complici che Marcel è divenuto un impiccio e li farà arrestare. Meglio ucciderlo. Poi ricorda che la polizia dispone delle foto segnaletiche e delle impronte di Marcel, e non si fa scrupolo di distruggergli faccia e mani con le ruote dell’automobile.

La banda ha rapinato il furgone che portava le paghe degli operai delle Officine Folk. Il lettore viene informato che il ricavato della rapina dovrebbe finanziare la resistenza dei minatori in sciopero. Per sé, il narratore-killer non ha tenuto nemmeno un soldo.

Ci viene detto il suo nome – Jean Fraiger – e che è perdutamente innamorato di Gloria, sposata con il ricco signor Lautier. La conosce da più di quattro anni, ma non si è mai dichiarato. Ricorda quella volta in cui ha “nascosto il viso fra i suoi capelli. Profumavano di vita, di felicità, di qualcosa di raro. Era come rotolare in mezzo al grano”. Potevano passare settimane senza pensare a lei, poi, “d’improvviso, cominciava a battermi alle tempie, al cuore, allo stomaco, dappertutto. Una specie di febbre dolce e insopportabile che mi rodeva”. Jean deve rivederla subito.

Quando la vede, scopre che il padre è stato ucciso quel giorno: era lui l’uomo sul furgone portavalori su cui Jean ha scaricato l’intero caricatore. “Dentro, tutto il mio essere era scosso da un’ilarità maligna”. Immagina che la donna quella notte sarà troppo sconvolta per fare l’amore, dunque l’avrà tutta per sé.

La narrazione è intervallata da sogni erotici, di cui Gloria è protagonista. A parte Gloria, femmina perfetta e figura idealizzata, per Jean tutte le donne sono puttane.

Tutta la tenerezza, tutta la gentilezza, tutto il rispetto per il genere umano, Jean lo proietta su Gloria. Classico amour fou. Quando arriva finalmente a dichiararsi e a possederla, ne deriva un orgasmo così liberatorio, che Jean sente volare via “tutta la mia cattiveria e il mio odio, la mia ignominia e i miei pensieri più sporchi, e mi sentii puro, buono, affettuoso e dolce, disarmato e sensibile, e mi dissi che non era possibile che fossi stato così crudele…”.

La coppia vive qualche giorno estatico. Ma non può durare. “Il noir non ammette il lieto fine”, scrive Luigi Bernardi nell’introduzione, e l’intreccio di Malet porta dritto al precipizio.

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