The Artist – Michel Hazanavicius – 8

The Artist

È il 1927 a Hollywood: George Valentin (Jean Dujardin) è un attore di grande successo, ma la sua vita, prima ancora della carriera, viene sconvolta da due novità: l’incontro fortuito con Peppy (Bérénice Bejo), giovane, spumeggiante ballerina; e l’avvento del sonoro. D’ora in poi, gli attori parleranno e gli oggetti emetteranno suoni.
L’orgoglioso George Valentin non crede in questo nuovo mondo, e si ostina a non entrarci, il crollo di Wall Street lo getta sul lastrico.

Con la loro singolare fotogenia, Dujardin e Bejo sembrano uscire da quel mondo, da quel tempo. La regia sa come variare il registro, passando dal melodramma al comico, dalla tragedia al musical (il più cinematografico dei sogni). È una regia che vibra sulle corde della leggerezza, si nutre di richiami a celebri sequenze tratte da Fritz Lang (Metropolis) e Chaplin (Il monello), Murnau e Vidor, fino agli obbligati riferimenti tematici: Cantando sotto la pioggia e Viale del tramonto (senza dimenticare il cagnolino ripreso dalla saga dell’Uomo Ombra).

Il cinema nasce muto e in bianco e nero. Nasce con l’impronta realistica dei Lumière e si sviluppa presto grazie all’iventiva favolistica di Meliès. La sua magia risulta parimenti inarrivabile, per l’antinaturalismo che quel linguaggio veicolava, sia che si trattasse di mostrare l’arrivo di un treno in una stazione, o un proiettile che spediva un uomo sulla Luna. L’arrivo del sonoro e poi del colore hanno infranto quell’incantesimo, quella potente illusione. Hazanavicius cerca di riprodurla, e in certi momenti ci riesce, ricatturando barlumi di una meraviglia che non conosciamo più.

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