Garage Olimpo, Marco Bechis

Non si dice mai “dittatura”. Non si dice mai “comunismo”. Si chiedono notizie della mamma, si invocano mazzi di fiori, si guarda, abbacinati, a una porticina lasciata aperta – forse la libertà – che si spalanca sulla strada assolata. Ma la fuga non è che un miraggio…

Siamo a Buenos Aires, tra il 1976 e il 1982, quando la dittatura militare fece “scomparire” almeno trentamila cittadini. Desaparecidos. Quelli delle madri di Plaza de Mayo, cantate da Sting. Oppositori del regime e semplici sospetti. Fra cui Marco Bechis, già regista del notevole Alambrado, quarantenne argentino con passaporto italiano, che fu a sua volta incarcerato e torturato. Dei suoi amici furono gettati vivi nell’oceano, dall’alto di un aereo militare.
Tanti hanno scritto della “doppia tortura”: quella sulle vittime, e quella, ancor più disumana sui familiari, la loro attesa straziante, costretti a mendicare notizie, per settimane mesi anni, senza nemmeno una tomba su cui porre la parola fine.

Garage OlimpoUna storia come Garage Olimpo è un utile pugno nello stomaco. Parla del “cortile di casa” degli Stati Uniti, della sovranità limitata del continente latinamericano, della impassibile normalità dei miliziani paramilitari, uomini che timbravano il cartellino prima di cominciare a torturare, dell’impunità garantita ai responsabili della dittatura. Nessuna giustizia è venuta alle vittime: l’Argentina, il Cile, il Paraguay… sono passati direttamente all’amnistia; e come Sepulveda non si stanca di ripetere, può capitare a un torturato di incrociare per strada un torturatore, libero, perfettamente inserito nella società.
Il Garage Olimpo è un campo di concentramento in piena città. I suoi sotterranei sono gironi infernali accanto ai quali, i carcerieri ammazzano la noia giocando a ping pong. Bechis limita all’essenziale l’esibizione della violenza. Basta alzare il volume della radio e chiudere le saracinesche perché lo spettatore sappia cosa sta per succedere, lì dentro. Basta il tono impiegatizio del generale che detta le disposizioni ai “soldati”, chiama i detenuti con un codice (Maria, la ragazza protagonista, è A03) e si raccomanda che la tortura non porti alla morte (“non voglio iniziative personali”).

Lo sguardo del regista non si lascia travolgere dall’emotività, sceglie la freddezza del documentario per oggettivare la violenza, costruendo l’attesa con squarci aerei, dal cielo di Buenos Aires. La recitazione degli attori contribuisce alla forza del risultato. Antonella Costa e Carlos Echevarria si scambiano sguardi smarriti, in una storia d’amore coatta che equivale alla sopravvivenza. E Dominique Sanda, la madre, porta direttamente al Garage Olimpo il dolore del giardino dei Finzi Contini.

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