Sette angeli infangati: un ricordo di Luigi #Bernardi

Non sapevo della malattia, da qualche anno avevo perso i contatti, ma Luigi Bernardi è stato un amico per molto tempo, l’ho conosciuto nei primi anni Ottanta, e in certi periodi la frequentazione era quasi settimanale.

Ho imparato a conoscerne la curiosità e il disincanto, la generosità e la disponibilità al rischio. Non nascondo di aver avuto brutte discussioni intorno a Calciopoli (Luigi non era uno juventino mite), e anche su qualche passaggio politico ci siamo scoperti con opinioni molto diverse. Ma ero onorato della disponibilità che mi concedeva, delle ore passate a chiacchierare e a ipotizzare progetti editoriali – dopo Stefano Tassinari, l’Associazione Scrittori Bolognesi perde l’altro grande organizzatore di prototipi – per quel che ha potuto mi ha aiutato a cercare editori, e l’aiuto più grande si è rivelato quello delle sollecitazioni, dei consigli di lettura: Léo Malet e il Magnus erotico, Patrick Manchette e Dominique Manotti, Lorenzo Mattotti e Jacques Tardi… Ho trovato molto corrispondente al mio ricordo di Bernardi ciò che Luciana Cavina e Valerio Varesi hanno affidato oggi alle pagine bolognesi di Corriere e Repubblica. Inevitabile sottolineare come questo grande intellettuale non abbia ricevuto da Bologna nemmeno un centesimo di quel che ha dato.

Sul numero 74 di Zero in condotta, nel dicembre 1998, scrivevo una recensione al suo primo tentativo narrativo: Erano angeli, Fernandel, sette racconti, qui di seguito.

Dopo vent’anni passati a fondare e rifondare imprese editoriali (L’Isola Trovata e Nova Express, fra le altre), Luigi Bernardi ha scritto e pubblicato due raccolte di racconti: presso Castelvecchi (La foresta dei coccodrilli) e per un piccolo editore romagnolo, Fernandel.
In questo libretto, Bernardi propone 7 storie variamente estreme: amori infelici, nel senso di incompiuti o bruscamente interrotti, ma intensamente percepiti, con un carico variabile di angoscia. Trasuda, dai testi, una fisicità densa, a volte persino sgradevole; più che la vista, vengono sollecitati altri sensi, il tatto e l’odorato soprattutto. Il tono della narrazione evita il realismo, preferisce l’onirico, il grottesco, il melodramma, sfiora persino l’horror.
Il primo racconto (Dentro) è una specie di autobiografia di Lui con gli occhi di Lei; perché Lei lo conosce bene e, in risposta ad una lettera di Lui, che dice di voler scrivere un libro di racconti, gli scarica addosso una valanga di verità, passando dall’insulto alla dichiarazione d’amore e svelandogli, infine, il fondo dei suoi difetti caratteriali. Quel male di vivere, che li ha fatti allontanare, discende dal fatto che “non hai mai vissuto dentro a nessuno dei tuoi anni, accanito come sei sempre stato a carpire in anticipo le sensazioni delle età più adulte (… per poi rimpiangere) la spensieratezza che ti sei sempre negato”. Con triste ironia, il racconto procede descrivendo gli effetti differenziati degli psicofarmaci (En, Prozac, Alcover), verso un improbabile ricongiungimento amoroso.
Nelle altre pagine, Bernardi adotta punti di vista eccentrici, alla sua galleria di “angeli” appartengono: una bambina golosa di nome Marilù, che trascina in un sanguinoso rapimento uno sbandato vegetariano; una zingara puzzolente, che ruba con destrezza per sfamare il bambino che le sta succhiando il seno; una specie di prostituta-vampiro; un ragazzo che segue le tracce della ragazza incrociata in autobus, fino al giorno del suo matrimonio; un benzinaio che si dà fuoco per sfuggire a un cancro alla vescica.
Dalla parte del manico, invece, è il resoconto di una seduta di igiene orale, protagonista Valeria, dentista trentasettenne dotata di seni pesanti e biancheria di seta, subito sotto il camice. Leggendo, mi è venuto da pensare a quando sono finito sotto i ferri di una donna molto attraente, che sostituiva il solito dentista e mi spingeva alla stupidità di alzare la mia soglia del dolore (per farle buona impressione, immagino). Bernardi, intanto, devia verso una direzione intuibile, e le prestazioni di Valeria prendono una piega hard core.

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