L’uomo del Tanganyka, Attilio Micheluzzi, 1978

Micheluzzi - L'Uomo del TanganykaLa Prima guerra mondiale si combatte anche in Africa, dove le potenze coloniali si punzecchiano rispetto al bagno di sangue in corso nelle trincee europee. A sud del Kenya e a nord della Rhodesia e dei possedimenti portoghesi, sta la Deutsch-Ostafrika (Africa orientale tedesca): il Tanganyka. Di fronte, ad appena 30 miglia nell’Oceano Indiano, ci sono Zanzibar e le truppe inglesi.

In questo scacchiere periferico, senza aiuti e quasi senza contatti con la madrepatria, la guerra è ancora “avventura”, anziché mattanza. E lo spionaggio riveste un’importanza essenziale Il primo personaggio messo a fuoco è un missionario, il reverendo Philips, impegnato a Zanzibar e assai apprezzato dagli orfani neri che affollano l’isola (anche dalle mogli degli ufficiali inglesi, ma questo è un altro discorso). Si dice olandese, in realtà, è una spia tedesca: scopre che sta arrivando sull’isola un idrovolante, non gli riesce di distruggerlo, ma rallenta le operazioni e riesce a fuggire.
Il prezioso velivolo appartiene a un ingegnere minerario nordamericano, e il secondo personaggio che anima questa storia è colui che dovrà pilotarlo, un burbero ingegnere minerario americano di origini irlandesi, Ian Fermanagh.

Quando finalmente il suo Curtiss A-1 si alza in volo e va alla ricerca della nave, si sprigiona la dimensione avventurosa della trama. Volare, all’epoca, è un prodigio assai aleatorio: l’idrovolante sorvola il delta del Rufigi, scopre dove si trova l’imprendibile incrociatore Konigsberg, ma al rientro viene abbattuto da uno stormo di fenicotteri rosa. Fermanagh precipita, due tubolari di bicicletta gonfiati e incrociati sul petto fungono da salvagente, ma il rottame è circondato dai coccodrilli. Lo salva l’arrivo di Philips.
Il prigioniero non verrà fucilato. Anzi il comandante del Konigsberg ritiene che il volo di Fermanagh, avvenuto senza armi a bordo e senza coccarde britanniche “non sia un atto ostile”. Non è chiaro perché Fermanagh rovini l’idillio, gli rimorde la coscienza ma tradisce la fiducia che i tedeschi gli hanno concesso (fuggendo lascia una lettera di scuse…). Riuscirà parzialmente a riabilitarsi, salvando il capitano Hoppner (il falso reverendo), che poi lo salverà a sua volta… Siamo dalle parti della nobiltà d’animo che sembra prevalere sul colore della divisa, quella mostrata da Jean Renoir con Von Stroheim e Pierre Fresnay.

Architetto con dieci anni di esperienza in Africa – dal 1961, progetta case in Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Mauritania e Libia, dove viene nominato architetto della Casa Reale a Tripoli – Micheluzzi è costretto ad andarsene quando Gheddafi conquista il potere. Aveva 48 anni quando confezionò questo volume, il diciottesimo della mitica collana della Bonelli, uscito nell’ottobre 1978.
“Un Uomo Un’Avventura” era un prodotto di alta qualità, cartonato e di grande formato, con 48 tavole a colori stampate su carta patinata ad altra grammatura. Il contenitore ideale per un artista come Micheluzzi, che ha sempre mostrato una certa predilezione per le storie ambientate nei primi decenni del Novecento. Le compone a partire da una solida base storica, con una ricerca grafica che ne restituisce l’estetica. In questa avventura, inserisce una firma d’autore nelle didascalie, una specie di commento off records, ironico, a contrappunto delle vicende narrate.
Qualcuno ha fatto notare come molti dei personaggi di Micheluzzi trasmettano un senso di sradicamento, di marginalità rispetto all’ambiente in cui vivono. Restano stranieri in qualsiasi luogo si trovino: come l’autore, istriano di nascita, morto d’infarto a soli sessant’anni, croato se fosse venuto al mondo dopo l’esplosione della ex Jugoslavia.

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