Il volo di Volodja, Giuseppe Ottomano e Igor Timohin, Miraggi edizioni 2014

Jascenko è l’ultimo saltatore in alto che ha vinto e scritto primati con lo scavalcamento ventrale. Dick Fosbury era apparso una decina di anni prima, i due stili convivevano ancora anche se la grande maggioranza dei saltatori aveva già scelto il Fosbury Flop. Nessuno ha saltato più in alto di Jascenko con il vecchio stile, in seguito abbandonato da tutti.
Vladimir JascenkoNato il 12 gennaio 1959 a Zaporoz’e, nell’attuale Ucraina, Vladimir detto Volodja è il terzogenito di una famiglia modesta. Zaporoz’e è città mineraria, nei pressi del fiume Dnepr. Ottomano può avvalersi dei ricordi trasmessigli di prima mano da Igor Timohin, coetaneo e grande amico dell’atleta.

A quindici anni, scavalca i 2 metri. A sedici, 2 e 12. Nel 1976, scavalca i 2 e 21, migliorando il record mondiale juniores stabilito quindici anni prima da Valeri Brumel. Comincia a mostrare una sempre più vistosa insofferenza verso la disciplina e lo spirito di sacrificio che si pretendono da lui.
Il 3 luglio 1977 a Richmond, Virginia, Jascenko si migliora di sette centimetri e batte il primato mondiale assoluto di Dwight Stones, arrivando a 2 e 33. Longilineo (è alto 1 e 93) e dall’aspetto simile ai “ribelli senza causa” del cinema americano anni Cinquanta, diventano celebri i suoi capelli lunghi e ricci, le due scarpe di diverso colore, i tic nervosi al momento della rincorsa… Diventa un beniamino del pubblico, così diverso dal tipico russo imperturbabile, freddo, quasi robotico.

Il punto più alto della leggenda si concretizza a Milano, il 12 marzo 1978, per gli Europei Indoor: Jascenko salta 2 e 33, nuovo primato mondiale, e non si ferma; chiede di alzare l’asticella di 2 centimetri, e la supera al terzo tentativo. Lo strabiliante 2 e 35 è stato realizzato da un diciannovenne che è rimasto sulla pedana oltre 4 ore, effettuando ben 20 salti, di cui 11 sbagliati. Aveva cominciato malissimo, sbagliando i 2 e 10, si era faticosamente ripreso, ma per riuscire a trovare la concentrazione era andato ad appartarsi sotto la curva parabolica della pista di ciclismo; il training autogeno fu così efficace da farlo cadere addormentato, lo risvegliò un atleta austriaco mentre il suo nome lampeggiava sul tabellone…

Volodja COPSulla pedana di Kaunas, il ginocchio cede di schianto. Era già lesionato, ma la versione ufficiale non ne fa traccia. Viene operato al menisco. Mesi dopo, si scopre necessaria un’operazione ai legamenti. Il sogno olimpico di Mosca 1980 finisce così: l’atleta sovietico più famoso al mondo assiste impotente all’affermazione di Gerd Wessig, tedesco orientale, che salta 2 e 36, nuovo primato mondiale… In autunno, il ginocchio cede di nuovo: diventa evidente che l’operazione ai legamenti è stata mal eseguita. Nel marzo 1981, Jascenko si fa operare in Austria: gli viene salvato il ginocchio, tolto il dolore, ma non potrà più saltare come prima.

A trent’anni, subisce un “collocamento forzato” in ospedale psichiatrico; vi resta pochi giorni, ma il trauma è profondo, all’uscita “dentro la sua mente si insinuarono complessi e manie di persecuzione che prima non esistevano”. Il libro va a chiudersi sul buco nero che inghiotte Volodja. Alcolizzato, allontana da sé quasi tutti gli amici, subisce un’operazione allo stomaco, dimagrisce fino ai sessanta chili. A poco più di quarant’anni, il 30 novembre 1999, muore a Zaporoz’e, cieco e consumato da un tumore. In miseria.

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One Response to Il volo di Volodja, Giuseppe Ottomano e Igor Timohin, Miraggi edizioni 2014

  1. chinottorebel says:

    Rudi, conosci questa canzone? È un completamento perfetto al post, evidentemente :-)

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