La pazza gioia [id.] – Paolo Virzì [cine20] – 8

Doloroso, angosciante, eppure capace di aprire un meraviglioso squarcio di speranza, l’unico paragone italiano che trovo a questo film è con l’Amelio de Le chiavi di casa. Poi, ci sono il Cuculo di Forman, il dolce omaggio a Thelma e Louise, una magnifica intesa fra Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi.

La pazza gioia - Paolo Virzì 2015

Dolenti, piegate da drammatici fallimenti esistenziali, raramente Donatella e Beatrice sono lucide, il loro tempo è sedato da pasticche e gocce che dovrebbero mantenerle in equilibrio.
Beatrice è altezzosa e snob, impicciona e logorroica, viene da una famiglia ricca e ama il lusso. Donatella era una cubista, schiantata dalla sottrazione del figlio, dopo un tentato doppio suicidio. Entrano in contatto in una comunità terapeutica nella campagna toscana, dove la società scarica donne “disturbate”: nella grande casa, si mescolano attori e malati veri. È il 2014, alla vigilia dell’annunciata chiusura degli Ospedali Psichiatrico-Giudiziari (in quell’inferno, Donatella farà in tempo a tornarci).
Beatrice e Donatella hanno avuto padri egoisti, madri anaffettive, mariti e amanti incapaci d’amore… Ma in una scena di selvaggia, in sostenibile sincerità, le due si confessano di essere state tristi fin da bambine, di aver pianto spesso, di aver continuato a farlo.
Montaggio di Cecilia Zanuso, fotografia di Vladan Radovic, Francesca Archibugi firma una sceneggiatura che regala ad Anna Galiena e Marco Messeri un paio di scene intense. Ma è ancora commedia all’italiana, quella di Virzì? Certo, oltrepassa i suoi film precedenti nella capacità di rappresentare un’umanità in bilico sul precipizio, in un’Italia involgarita e becera. Scommette sulla capacità di legare Beatrice e Donatella in un vortice di reciproco aiuto. E peggio per voi, se di fronte alla scena sulla spiaggia non sarete travolti dalla commozione.

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