#RoccoSchiavone è una scommessa già vinta

Avevo scritto qualcosa dopo le prime due storie di Rocco Schiavone tratte dai romanzi di Antonio Manzini e dirette da Marco Soavi. Ora ne ho viste quattro, ne mancano solo un paio, il giudizio può precisarsi.
Le prime suggestioni escono confermate: i punti di forza della serie sono Marco Giallini e l’ambientazione valdostana.

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Continuo ad avere qualche riserva sul suono in presa diretta, le parole pronunciate da Giallini non arrivano sempre nitide, ma l’interpretazione è da grande attore. Incarna Rocco Schiavone con estrema credibilità, rende bene il suo costante malumore, l’acidità delle battute rivolte ai colleghi, l’abrasività del suo rapporto con le donne. L’abbiamo visto alle prese con Nora e poi con l’amica pittrice. Donne affascinanti, conquistate dall’alone di mistero del burbero Vicequestore, che in entrambi i casi si comporta male, cercando un immediato sollievo sessuale senza complicazioni. E alla richiesta di spiegazioni, mostra una sincerità insostenibile. Non vuole altre donne. A sette anni di distanza, la donna della sua vita, l’unica a cui riserva dedizione e dolcezza, è la moglie – Isabella Ragonese – ritratta sempre in bianco, come un fantasma dolente (alla fine del quarto episodio, è lei a implorarlo di dimenticarla, di declassarla a ricordo, per tornare a vivere)… Eppure Schiavone risulta credibile anche quando si occupa delle vite sentimentali degli amici romani (in ogni episodio, c’è sempre almeno una situazione a loro dedicata), gli unici a cui dispensa consigli per inseguire un’autentica, seppure provvisoria, felicità.

Quanto ai poliziotti della Questura e al magistrato a cui deve rendere conto, dopo quattro storie la situazione è cambiata: se prima ognuno si chiedeva cosa avesse fatto di male per essere deportato da Roma a Aosta, ora tutti sanno che ha un carattere impossibile, ma che è indubitabilmente bravo. Ha un fiuto infallibile. Avverte il male dove si nasconde. Tenace e scaltro, non esita a fare cose illegali (sull’uso della refurtiva ci sarebbe un capitolo a parte) e il peggio sembra viverlo in due momenti distinti: quando si accorge dell’arrivo del delitto (“una rottura di coglioni” dell’ottavo, nono o decimo livello) e quando perviene alla verità dei fatti (vince, ma il suo giudizio sul mondo peggiora ulteriormente).
Più che all’indagine poliziesca, lo spettatore è interessato alla vita di Rocco Schiavone. Una delle intuizioni più efficaci sta nell’aver selezionato alcune inquadrature standard, che si ripetono e vanno a definire la cornice il cui si muove il protagonista. Nella cucina (squallida e triste) si collocano perfettamente i dialoghi di Schiavone con la moglie.

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I punti deboli della serie continuano a sembrarmi gli attori di contorno, le cui qualità interpretative non escono valorizzate da dialoghi e situazioni. Inoltre, il mio gusto estetico non si concilia con certe scelte di regia: in ogni episodio l’allievo di Dario Argento ci riserva fiotti di sangue, corpi in decomposizione, incubi spettrali.

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7 Responses to #RoccoSchiavone è una scommessa già vinta

  1. A me mon convince per nulla, citando Boris, “la linea comica” dei due poliziotti imbranati.
    Mi piace molto la morettina (Caterina?)

  2. Laura Nava says:

    Non ho avuto modo di rimanere al passo con le puntate. Mi evito spoiler.

  3. Laura Nava says:

    Per quel pochissimo che ho visto, merita di essere seguito. Calci0mercat0, confermi?

  4. francesco says:

    ho perso ieri sera causa lavoro, andrò su raiplay

  5. Pingback: Ancora su Rocco Schiavone | RUDI

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