7 minuti [id.] – Michele Placido [cine34] – 7

Ottavia Piccolo, Ambra Angiolini, Fiorella Mannoia, Cristiana Capotondi, Violante Placido, Maria Nazionale e altre cinque ottime attrici trasportano al cinema il magnifico testo teatrale di Stefano Massini.
La regia di Placido omaggia ripetutamente «La parola ai giurati», il grande film giudiziario di Sidney Lumet, con Henry Fonda. Ne imita alcuni meccanismi psicologici e narrativi: alla solitudine dell’unica che la pensa in un certo modo, fa seguito la lenta e dolorosa presa di coscienza di altre. Quella era una giuria che doveva decidere se l’imputato fosse colpevole o innocente, questo è un consiglio di fabbrica chiamato a ratificare o respingere l’aut aut aziendale (ridurre la pausa di 7 minuti). Quella era l’America del maccartismo, questa è l’Italia nel pieno della crisi economica, delle delocalizzazioni e del Jobs Act.

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Politicamente parlando, è un film necessario. Uno dei pochi davvero necessari nel panorama attuale. Ma la resa cinematografica è inferiore alla forza drammaturgica, gli strumenti aggiuntivi che la forma cinema mette a disposizione rispetto al teatro non fanno che distrarre dal fulcro della scelta. La dignità o la paura.
Le 300 operaie di un’industria tessile sanno di essere state acquistate da una multinazionale francese, temono di perdere il posto di lavoro, si sentono proporre una “piccola” rinuncia – quei 7 minuti – e la prima reazione è di sollievo. Poi, subentrano i dubbi. Il campionario di umanità è assai rappresentativo: ci sono un paio di signore che lavorano lì da trent’anni, la ventenne neoassunta, l’impiegata che faceva l’operaia prima di avere un grave infortunio sul lavoro, la nera, l’albanese, la slava, donne semianalfabete e donne istruite, con vite private più o meno opprimenti e ricattatorie.

Sbaglia chi ritiene che tutto si riduca a un duello retorico fra chi vuole conservare la sua purezza e chi è disposto a compromessi. Il monologo affranto della ragazza africana – ci dice che solo adesso noi occidentali cominciamo a conoscere la paura nella forma devastante in cui lei l’ha sempre conosciuta – porta a esprimere un voto di grande dignità, che tuttavia non nasconde la definitiva frattura fra chi può permettersi una scelta e chi è obbligato a chinare la testa. La delegata sindacale che si dimette, non sopportando il sospetto di aver salvato solo se stessa, ci fa capire che la classe operaia è stata disfatta, e il giorno dopo sarà cupo per tutte le donne che lavorano in quella fabbrica.

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