Biancaneve e i sette nani [Snow White and the Seven Dwarfs], Disney, 1937 [filmTv114] – 10

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L’atto di nascita del lungometraggio animato: il cinema d’animazione esibisce le sue potenzialità, affermandosi come una delle invenzioni più fertili e attuali della storia della Settima Arte.

Il film passa dal comico al tragico, dalla commedia degli equivoci all’horror gotico con levità impareggiabile. Disney invitò i suoi collaboratori a studiarsi il «Caligari» di Wiene, il «Nosferatu» di Murnau, «Il dottor Jekyll» di Mamoulian. La figura di Biancaneve derivò da quella di Betty Boop, su cui aveva lavorato Grim Natwick, assunto alla Disney nel 1935. Per dare forma alla Regina Cattiva, gli animatori Albert Hunter e Joe Grant si ispirarono a Joan Crawford. Ci vollero tre anni di lavoro, centinaia di disegnatori, David Hand agì da supervisore alla regia, coordinando le scene dirette da William Cottrell, Wilfred Jackson, Larry Morey, Perce Pearce e Ben Sharpsteen. Con l’omonima fiaba dei fratelli Grimm, in pieno New Deal, ebbe così inizio l’era dei “classici Disney”, con la distribuzione RKO Radio Pictures.

In un Medioevo fiabesco e imprecisato, vediamo Biancaneve, principessa bella e gentile, sempre allegra anche se è vestita di stracci e come unica consolazione ha il canto. Non vediamo il padre, ma solo la matrigna, una Regina strepitosamente bella, eppure ossessionata dal timore che qualcuno possa esserlo di più. Ogni giorno chiede al suo Specchio Magico “Chi è la più bella del reame”, e per anni lo Specchio le ha sempre dato la risposta che sperava. Finché Biancaneve, costretta a lavorare come sguattera nel castello, non è più una bambina… La Regina ordina al più fidato dei suoi cacciatori di portare la fanciulla nel bosco e di ucciderla: come prova, vuole il suo cuore. Al cacciatore mancherà il coraggio di eseguire l’ordine, dirà la verità alla principessa, che entrerà nel bosco, supererà le sue paure e troverà rifugio in una casetta.

I sette nani sono Doc (Dotto), Grumpy (Brontolo), Happy (Gongolo), Sleepy (Pisolo), Bashful (Mammolo), Sneezy (Eolo), con i suoi potentissimi starnuti, e Dopey (Cucciolo), che “non ha mai provato a parlare”. Lavorano gioiosamente in una miniera di pietre preziose, ma la loro capanna risente della mancanza di una donna; sono tutti affascinati da Biancaneve (anche Brontolo, che pure non vuole ammetterlo), che inizia la sua nuova vita replicando la precedente (cucina, pulisce e mette ordine nella casa: modello pedagogico senza tempo).


Quando la Regina scopre che Biancaneve è ancora viva, si trasforma in un’orrenda vecchina e prepara una pozione che serve a confezionare una magnifica mela avvelenata. L’incantesimo del “sonno eterno” potrà essere spezzato solo dal “primo bacio d’amore”. L’inganno riesce. Nonostante l’aiuto degli animali della foresta, i nani arrivano in tempo solo per far precipitare l’orribile megera in un burrone, seppelliranno Biancaneve in una bara di cristallo, finché arriva il principe azzurro.

«Ehi-Ho!», «Il mio amore un dì verrà», «Impara a fischiettar» e le altre canzoni vennero composte da Frank Churchill e Larry Morey; i testi italiani furono adattati da Panzeri, Rastelli e Bertini. La prima doppiatrice di Biancaneve, Rosetta Calavetta, passò poi a dare la voce a Marilyn.
Il debutto del film avvenne il 21 dicembre 1937 al Carthay Circle Theatre di Hollywood. La standing ovation a fine proiezione non veniva da un pubblico qualsiasi: Disney aveva invitato Charlie Chaplin, Paulette Goddard, Shirley Temple, Mary Pickford, Douglas Fairbanks Jr., Judy Garland, Ginger Rogers, Fred MacMurray, Clark Gable, Carole Lombard, George Burns, Ed Sullivan, Milton Berle, John Barrymore e Marlene Dietrich.
Poco più di un anno dopo Walt Disney ricevette l’Oscar dalle mani paffute di Shirley Temple.

“Il primo dovere del cartone animato non è quello di immaginare o duplicare l’azione reale o le cose come realmente accadono, ma di dare vita e azione a un personaggio; di raffigurare sullo schermo cose che sono scorse attraverso l’immaginazione del pubblico e di portare alla vita sogni e fantasie a cui abbiamo pensato tutti durante la vita o ci siamo raffigurati in varie forme durante la nostra vita… Non possiamo fare le cose fantastiche in base a quelle reali, a meno che prima non conosciamo il reale. Questo punto dovrebbe essere messo in evidenza in modo molto chiaro a tutti gli uomini nuovi, e anche agli uomini più anziani”. (Walt Disney, 1935).

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