Tutto ricominciò con un’estate indiana, Manara disegna Pratt

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Ottobre 1983: esce una nuova rivista, «Corto Maltese», e al suo interno comincia la pubblicazione a puntate di una storia ambientata verso la metà del XVII secolo nelle prime colonie puritane del New England. Le prime 9 tavole sono mute, prive di dialoghi e didascalie. Il ritmo di pubblicazione farebbe spazientire anche il seguace più appassionato: la conclusione avviene sul numero 5 del maggio 1985, il ventesimo della rivista.

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A 56 anni, Pratt scrive il soggetto e i dialoghi, affidando la realizzazione grafica al trentottenne Manara, che compone la sua opera più potente. Atmosfere alla Hawthorne e alla Fenimore Cooper, ma il vero ispiratore di Pratt è James Oliver Curwood, autore di romanzi popolari come «Le pianure di Abramo».
L’estate indiana è il breve periodo che si insinua fra la fine dell’autunno e i rigori dell’inverno. Un torbido intrigo familiare si sovrappone e confonde ai sanguinosi scontri fra coloni e pellerossa. Con un respiro epico, Pratt vi introduce ingredienti esplosivi – sesso, religione, morale, razzismo – trovando in Manara l’interprete ideale di scenari violenti e scabrosi, enfatizzati dalle rappresentazioni della natura e dal ritmo dei combattimenti. Le coloriture sono di Laura Battaglia e Cettina Novelli.

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Comincia su una spiaggia che guarda all’Atlantico e una ragazzina bionda, Sheva, che viene violentata quasi per gioco da una coppia di pellerossa (in realtà uno dei due è biondo e viene chiamato “l’olandese”, ma è cresciuto nella tribù). I due vengono uccisi a fucilate dal giovane Abner, che toglie lo scalpo alle vittime e trasporta la ragazza ancora sotto choc nella casa di sua madre, una donna bruna con una lettera tatuata sulla guancia: la “L” di Lilith, la prima moglie ribelle di Adamo. La famiglia Lewis è costretta a vivere all’esterno del villaggio di New Canaan proprio perché la donna è considerata una peccatrice…

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