Cani neri, Ian McEwan (1992)

McEwan scrive in prima persona, nei panni di Jeremy, orfano dall’età di otto anni. Da allora, ha cominciato a interessarsi dei genitori degli altri. Ora che di anni ne ha quasi quaranta, è sposato e ha 4 figli, racconta la sua adolescenza in un ambiente londinese “colto e agiato”, quello dei genitori dei suoi coetanei, antitetico al “raggelante squallore” della casa in cui viveva con la sorella, il marito e Sally, la nipotina di tre anni. Le carenze affettive spinsero Jeremy a fuggire da ogni legame: “per anni mi specializzai in abbandoni: lasciavo case, posti di lavoro, amici, amanti”, fino a quando si innamorò di Jenny, sua moglie.

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Da adolescente, Jeremy ha cercato affetto nei genitori altrui. Un genere di legame che si è rinnovato con Bernard e June, i genitori della moglie, che pure da tempo vivono divisi (Jenny ha smesso di credere in un riavvicinamento) e lontani.
Avevano condiviso forti passioni, erano stati comunisti. “Ciò che non venne mai meno fu la loro capacità, la loro voglia di credere in qualcosa”: Bernard nella scienza e nell’impegno sociale, June “trovò Dio nel 1946 in seguito a un incontro con il Maligno che le si manifestò sotto forma di due cani neri”. Quel fatto dispose delle loro vite, e li spinse a una lacerazione irrimediabile.
Razionalità contro fede, scetticismo e spiritualismo… “Non so dire se la nostra civiltà che ormai si affaccia alla fine di questo millennio soffra più per una mancanza o per un eccesso di fede”. E qui si chiude il preambolo – strepitoso – e comincia la narrazione vera e propria.

Il racconto parte da un dettaglio: la vecchia foto di Bernard e June, sposi da un paio di giorni, scattata nel 1946, “la mattina di giugno in cui si iscrissero al Partito Comunista britannico”. Bernard conservò la tessera fino all’invasione dell’Ungheria: la sua è “la storia di una disillusione condivisa da una generazione intera”. June, invece, cambiò idea dopo pochi mesi, in seguito “all’evento avvenuto durante la luna di miele, che diede il titolo a queste memorie”.
Nonostante il parere negativo della moglie, Jeremy ha deciso di raccogliere le confidenze della coppia (qualcosa di simile a quanto fa Art Spiegelman con il padre, in “Maus”).

June sta morendo di leucemia e Jeremy va a trovarla nella clinica in cui è da tempo ricoverata e da cui sa che non uscirà viva. La donna ha ancora lunghi momenti di lucidità, racconta i fatti che precedettero l’episodio cruciale, avvenuto nel sud della Francia, in Linguadoca, in prossimità del Dolmen de la Prunarède.
Due anni dopo, il 9 novembre, Jeremy accompagna Bernard a Berlino: “Stanno tirando giù il Muro”. A Berlino, il narratore raccoglie l’altro punto di vista, l’altra versione dei fatti.
Bernard ricorda la prima lite con June, causata da una libellula che lui voleva uccidere con il cloroformio. “Come ogni lite che si rispetti, anche quella sfruttò lo spunto del particolare per giungere all’universale”; secondo June, “non era tanto l’ingiustizia a infastidirmi, quanto il disordine. Non ero spinto da un ideale di fratellanza fra gli uomini, ma dal bisogno di un’organizzazione efficiente”. Seguì una completa, appassionata riconciliazione, ma si insinuò il primo dubbio.

La maestria di McEwan si esalta nella gestione dei tempi della narrazione principale – diventa insostenibile l’attesa del racconto dei cani neri, continuamente rinviato – e nell’intensità di scene che sembrano nascere come semplici digressioni (i naziskin a Berlino, la visita di Jeremy e Jenny al lager di Majdanek, l’insopportabile violenza domestica che si scatena nel piccolo ristorante di St. Maurice de Navacelles).

Non riusciranno mai, lei e Bernard, a intendersi su quanto è successo: per June, quella coppia di cani neri rappresenta “uno spirito perverso che nessuna teoria sociale è in grado di spiegare”, il Male dentro di noi, acquattato e pronto a riemergere “in qualche angolo d’Europa, chissà quale, chissà quando” (la frase del narratore suggella questo capolavoro romanzesco, tradotto da Susanna Basso).
In copertina, Alex Colville, “Ritorno”, 1955.

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