Fuochi, Lorenzo Mattotti

fuochi-0In 62 grandi tavole a colori, ecco uno dei capolavori del fumetto italiano, una di quelle opere, anzi, che fanno vacillare il concetto di “fumetto”. Ogni tavola è scandita in 5-6 vignette, i colori sono potentissimi, il pastello a olio impregna la carta e sembra quasi appesantirla, rallentando la lettura: il lettore è costretto a soffermarsi su certe sfumature, a inseguire forme sfuggenti, a incantarsi davanti alle guizzanti macchie di rosso, come se quel rosso l’avesse inventato proprio Mattotti. Chissà con quanta cura Luigi Bernardi, artefice di quella piccola casa editrice, seguì il parto in volume di «Fuochi», originariamente (dal 1984) uscito su «Alter Alter».

La corazzata Anselmo II° entra in una baia dell’isola di Sant’Agata, che fa parte del nuovo stato di Sillantoe, nell’emisfero meridionale: “Niente poteva, in quel momento, suggerire cosa sarebbe accaduto alla mia mente e al mio corpo”. È il tenente Assenzio che racconta.

In quei mari sono inspiegabilmente affondate alcune navi mercantili, la missione della corazzata è accertare l’effettiva pericolosità delle popolazioni indigene e la possibilità di civilizzarle. Il tenente Assenzio scenderà a terra con alcuni uomini. La notte precedente, dalla nave vede lampeggiare fuochi sulle colline. Ma il rapporto che chiude la prima spedizione afferma che l’isola appare deserta; solo Assenzio ha avuto la fugace sensazione di aver visto qualcosa.

fuochi-mattotti-14Il nuovo sbarco avviene sfiorando giganteschi relitti affondati: “Era una foresta di ruggine e ferro. L’odore del muschio aggrediva le strutture”. Di nuovo, rosse, guizzanti figure si palesano agli occhi del tenente (l’unico a vederle): gli danno appuntamento vicino al faro sull’isola. Assenzio diserta. Per non farsi prendere, uccide: “Io ho ucciso un uomo, ma ho salvato le mie emozioni… Volevano portarmi via e hanno ferito l’isola”.

L’isola comincia a manifestare il proprio potere, la realtà si fa evanescente. Assenzio si perde: smarrisce (o ritrova) se stesso attraverso le emozioni che prova. Il suo flusso di coscienza viene scandito nelle didascalie, mentre la tavolozza di Mattotti passa dal verde-blu al rosso-arancio, le figure umane si distaccano dalla tradizionale silhouette di un corpo ed evolvono a macchie di colore e di luce. Pure forme, riecheggianti la lezione di Alberto Breccia.

Il giorno dopo il comandante della corazzata manda sull’isola un gruppo più numeroso, alla ricerca del tenente e di qualche spiegazione. I militari trovano Assenzio dentro al faro, alle sue spalle “i segni di sangue e le urla nere testimoniavano la mia notte sull’isola… Ora i miei compagni mi guardavano, ma non erano nemici. Avevano pena di me”.

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