The Leftovers, considerazioni finali

L’evento del 14 ottobre e il vecchio numero del «National Geographic» sono classici pretesti narrativi da cui far scaturire conseguenze a catena. Una specie di MacGuffin (l’aereo che precipita sull’isola di «Lost», l’evento apocalittico che prelude a «La strada» di Cormac McCarthy), come lo definiva Hitchcock: un fatto che attira l’attenzione, serve a dare impulso alla trama e riveste una fondamentale importanza per i personaggi, ma non per lo spettatore, il cui interesse va, piuttosto, alla sorte dei personaggi nel tempo presente. In teoria, la storia può risultare appassionante anche senza offrire una risposta a quel che accadde, azzerando la sorte dei “dipartiti” a tutto vantaggio delle conseguenze sui sopravvissuti.

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Ma in quale genere si può incasellare una serie come «The Leftovers»?

Fantascienza? Non proprio, anche se non mancano le assonanze con i codici narrativi di serie fumettistiche “sf” come «Elsewords» e «What If?»; Stephen King, parlando del romanzo di Perrotta, ha sostenuto che quell’atmosfera straniante rimanda ai migliori episodi di «Ai confini della realtà».

Cosa sia accaduto il 14 ottobre 2011 è un mistero da svelare: ma le tracce di detective story restano marginali nell’economia del dramma. Prevale la corrente psicologica, il protagonista non è mai sicuro di quel che vede (teme di essere avviato verso la malattia mentale che ha colpito il padre), la moglie esercitava la psicanalisi, non mancano sogni e allucinazioni (molti abusano di psicofarmaci). Ci sono i contorni della fiaba, nell’evanescenza dei contorni di quanto è accaduto. È facile ravvisare una vena distopica, nella narrazione di un trauma planetario che ha incrinato ogni razionalità. Qualcuno si aggrappa a una speranza di tipo religioso, altri non possono fare a meno di idealizzare gli scomparsi; molti provano solo rabbia, un sentimento derivato dal passato (l’insensatezza di ciò che è successo) e proiettato sul futuro (chi può escludere che l’evento possa ripetersi, rendendo vano ogni sforzo di vivere?).

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Non manca una spruzzata di paranormale o di mystery, dai poteri lenitivi di Wayne al fatto che i cani siano diventati feroci e i cervi irrompano nelle scuole e nelle case. Traspare sullo sfondo la questione del potere (si discute di imporre il coprifuoco) e dell’uso legittimo della forza (l’Fbi spara entrando nel ranch dove agisce la setta di Wayne). Gli autori alludono all’eterno dualismo fra fede (c’è qualcosa dell’Antico Testamento nella “piaga” inesorabile che ha colpito il pianeta) e scienza, entrambe incapaci di offrire una risposta convincente a quanto accaduto.

Essendo una produzione nordamericana, viene inevitabile pensare al 14 Ottobre come a un 11 Settembre all’ennesima potenza, la fine di una percezione di sicurezza data per scontata. Ma il flagello si è abbattuto su ogni popolazione, in ogni parte del mondo. Il tema di fondo è facile da riassumere: il serial parla della perdita, del dolore, del lutto, di come gli individui reagiscono per continuare a vivere. Insomma, il trauma agisce come fattore scatenante, ma gli autori non si mostrano interessati a dare spiegazioni, quanto a indagare la vera incognita: la reazione a quel che è successo.

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Perciò, «The Leftovers» rientra nella grande categoria del dramma familiare e comunitario: la famiglia appare come il luogo topico dei conflitti. «The Leftovers» è un originale prodotto di intrattenimento televisivo, che si focalizza sul disagio esistenziale di una comunità. Tutti i personaggi sono tormentati, ognuno esprime il disperato bisogno di trasformare la propria inquietudine in una nuova speranza.

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2 Responses to The Leftovers, considerazioni finali

  1. Interator says:

    Gradevole ed interessante recensione. Hai invogliato fortemente a guardare questa serie

    • Rudi says:

      Ti ringrazio. E’ un prodotto che divide, so di molti che l’hanno trovato irritante, ma io lo consiglio senz’altro. E sono curioso di vedere dove vanno a parare ora che non hanno più il romanzo alle spalle.

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