L’armadio di Satie, Sebastiano Vilella per Coconino

Parigi, primi del Novecento: la polizia politica è sulle tracce di Pierre Lacombe, “terrorista anarchico” ritenuto colpevole di vari attentati, anche mortali. Verrebbe arrestato se non fosse per l’eccesso di zelo di un poliziotto, che ha motivazioni anche familiari e cerca la vendetta, favorendo la fuga del ricercato.

vilella-satie-coverViene catturata Suzanne, la giovanissima amante di Lacombe, e brutalmente interrogata. Il fuggitivo è gravemente ferito, il commissario Piquer ha capito cosa non ha funzionato nell’irruzione e punisce l’ispettore collerico, affidandogli l’incarico di pedinare la ragazza.

Sono 130 tavole di grande formato, liberamente ispirate a fatti storici filtrati dalle opere di Erik Satie e Leo Ferré, concepiti come fossero contemporanei. Nato nel ’60, figlio di musicisti, il barese Vilella ha affinato uno stile tanto essenziale quanto accurato. In questo caso, sceglie una bicromia (un verde spento, un poco livido) che accende lo struggimento per la Parigi di un secolo fa, fra mansarde e soffitte, vicoli bui e sotterranei. Una città scura e piovosa, tutta in penombra, ripetutamente disegnata con la presenza di ombrelli (oggetto fatidico per Satie; strano manchino le pere).

I dialoghi sono brillanti, dosati con precisione, il montaggio delle scene è altrettanto chirurgico, con una predilezione per le geometrie oblique. Qualche simpatia dell’autore per l’anarchia è suggerito dal clima di affetto che circonda Suzanne, che tutti sanno essere la donna di Lacombe.

Essendoci di mezzo Satie, la quadratura del cerchio non può venire dal realismo. E così, Vilella propone un doppio finale, di surreale ambiguità.

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