L’ultimo metrò [Le dernier métro], François Truffaut, 1980 [Tv11] – 9

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Al netto di ogni giudizio estetico, è un film che ho amato moltissimo, l’apertura della fantastica trilogia che chiuderà prematuramente la carriera e la vita di uno dei registi più consapevoli della potenza del cinema… Nestor Almendros cura la fotografia, Georges Delerue le musiche; soggetto e sceneggiatura sono di Truffaut e Suzanne Schiffman, ebrea parigina che, come una ragazzina nel film, per poter vedere film e spettacoli, nascondeva con una sciarpa la stella gialla che era obbligata a portare sugli abiti.

L’ultimo metrò era quello subito prima del coprifuoco, nella Parigi occupata dalle truppe naziste: pare che i parigini riempissero cinema e teatri, affidando a queste ore di svago un ruolo terapeutico rispetto alle angosce e alle privazioni della guerra.

Settembre 1942, il Teatro Montmartre cerca di sopravvivere all’improvvisa scomparsa del suo artefice, Lucas Steiner, ebreo. Il film racconta la vita quotidiana di una piccola compagnia teatrale, i sotterfugi per sopravvivere all’occupazione e conservare la propria dignità. A portare avanti il teatro è la bionda moglie Marion, già celebre attrice cinematografica. Presto scopriremo che Lucas si nasconde nei sotterranei del teatro, in attesa di poter espatriare. Ma gli sviluppi della guerra gli negano ogni via di fuga, per fortuna scopre di poter ascoltare le prove dello spettacolo che ha scritto, sotto lo pseudonimo di un’immaginaria scrittrice norvegese. Gli appunti lasciati da Lucas sono usati da Jean Loup Cottins, mentre per il ruolo del protagonista viene ingaggiato Bernard Granger, estroverso e impulsivo, corteggiatore di ogni donna e segretamente impegnato nella Resistenza.
Montmartre e Parigi sono semplici allusioni, quasi tutte le scene sono riprese nel teatro e nei vicoli circostanti. La Gestapo sospetta della moglie del regista ebreo, ma la signora Marion è abilissima a galleggiare fra le spie e i collaborazionisti, ostentando una sublime eleganza, un “corpo” impeccabile, che tiene magicamente a distanza, tanto è motivo di ammirazione.
Marion è Catherine Deneuve a 37 anni, Bernard è Gérard Depardieu a 31: una delle coppie meglio assortite nella storia del cinema francese.

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Il fascino della Deneuve è esaltato dalla sua doppiezza: deve fingere di non avere alcuna simpatia per gli ebrei (ne caccia uno che poteva avere una piccola parte) e per chi si oppone ai tedeschi (fa una scenata a Bernard che aveva schiaffeggiato un critico teatrale antisemita), e finge altresì di poter ancora amare il marito come un tempo, quando in realtà è attratta da Bernard, che invece fa la corte a tutte le altre (finge, anche, di non provare panico, la sera della prima; ma la vedremo vomitare subito dopo). Quando la verità diverrà necessaria, Bernard decide di lasciare il teatro e passare alla clandestinità… Ma il fantastico finale – una scena che resterà commovente alla millesima occasione – lo mostra di nuovo attore, accanto alla fulgida Marion e con Lucas tornato a dirigere il suo teatro, e a scrivere di un amore sopravvissuto alla guerra.

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