Il quinto processo, Léo Malet per Fazi

Le Cinquième procedé, qui tradotto da Federica Angelini in una collana curata da Luigi Bernardi: sulla copertina italiana, un’illustrazione di Jacques Tardi.

Comincia l’8 novembre 1942 a Marsiglia. Mezza Francia è occupata dai nazisti, l’altra metà è sotto il controllo di un governo collaborazionista. Entra in scena il formidabile sex appeal di Jackie Lamour, una ballerina che possiede lettere compromettenti di un industriale sposato e con figli, che paga un investigatore privato per recuperarle. La voce narrante è quella del detective, che descrive la facilità dell’impresa e il suo occultamento dietro un furto con scasso. Consegna il bottino, viene pagato in contanti, riparte subito per Parigi.
il-quinto-processoIn quel periodo, il protagonista si era fatto crescere i baffi, ma la cosa non era piaciuta né alla sua segretaria, Hélène Chatelain, né alla vistosa vamp che incrocia sul treno per Parigi. D’impulso, decide di tagliarseli, nel bagno del treno. All’arrivo alla Gare de Lyon, scopre che su quel treno è stato assassinato un uomo molto simile a lui (con i baffi), e lui – Nestor Burma, riconosciuto dal neo commissario di polizia Florimond Faroux – era molto probabilmente il bersaglio di quel delitto.

Diverrà chiaro che quelle non erano lettere d’amore… Burma è consapevole di essere “cacciatore e preda allo stesso tempo”, la fila dei cadaveri si allunga, “in quella faccenda sembrava proprio che la vita non avesse alcun valore”. Disarmato, coraggioso ai limiti dell’incoscienza, Burma si trova a spiare gli assassini della banda di Jackie Lamour, finge di avere una pistola, ma “quel tizio era meno stupido di quanto avessi creduto. Capì immediatamente che solo nei romanzi polizieschi c’è gente che minaccia con un’arma da fuoco senza esibirla e che nel 1942, con quella penuria di tessuti, nessuno, per quanto sgangherato potesse apparire, si sarebbe divertito a rovinare i propri abiti sparandoci attraverso”.

Il detective non manca di autoironia; scassina la serratura e penetra di nuovo nella villa dove aveva inscenato il furto delle lettere, ma “una volta dentro, mi chiesi cosa cercare. Cosa ero venuto a fare? Niente, se non immergermi nell’atmosfera per tentare di trarre non so quale conclusione da non so quale insignificante dettaglio”.

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