«The Night Of»: la giustizia annega negli indizi, nella bravura degli avvocati, nel colore della pelle (e nella religione) degli accusati

La figura dell’ambulance-chasers, dell’avvocato che distribuisce il biglietto da visita ovunque e a chiunque, offrendo i propri servizi a basso prezzo (a forfait o in percentuale sul risultato), è già stata interpretata da Ian Holm ne «Il dolce domani», da Bob Odenkirk in «Breaking Bad» e «Better Call Saul», da Danny De Vito in «L’uomo della pioggia», e soprattutto dal magnifico John Travolta in «A Civil Action», il film diretto nel 1998 da quello Steven Zaillian che è fra gli artefici di «The Night Of».

Zaillian è anche lo sceneggiatore di «Risvegli», «Gangs of New York», «L’arte di vincere», e di Schindler’s List (Oscar), e il regista di «Searching for Bobby Fischer» e del remake di «Tutti gli uomini del re», clamoroso quanto inspiegabile flop, se si considera che vi appaiono Sean Penn, Jude Law, Kate Winslet, Anthony Hopkins, Mark Ruffalo, James Gandolfini… L’altro autore, Richard Price, ha sceneggiato Il colore dei soldi, l’episodio di Scorsese in «New York Stories», «La notte e la città», e poi le cinque stagioni di «The Wire». Questo solo per far capire da quale livello di scrittura si dipana questo serial.

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«The Night Of» si sviluppa intorno a un brutale omicidio, una giovane vittima e un giovane su cui cadono tutti i sospetti, un detective della polizia al suo ultimo caso prima della pensione, un avvocato che cerca di approfittare delle situazioni. Sullo sfondo, una quantità di implicazioni culturali e politiche, la vittima è una giovane donna bianca, l’accusato è un giovane musulmano, il suo avvocato è ebreo, gran parte dei detenuti nel carcere di Riker’s Island, dove Naz viene recluso, sono afroamericani. Senza dimenticare l’avvocatessa in carriera (wasp) che “cavalca” la vicenda per farsi pubblicità, l’assistente pakistana, ostentata per conquistare la fiducia di Naz e della sua famiglia, il fatto che John Stone sia reduce da un matrimonio fallito e abbia un figlio nero, e che il detective che ha coordinato le indagini abbia molto in comune con la figura che Durrenmatt mise al centro de «La promessa», quel commissario che insegue l’assassino – dunque, la verità – anche dopo essere andato in pensione.

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Robert Duvall, l’avvocato che difende le multinazionali in «A Civil Action», si rivolge così a John Travolta, che difende le vittime di un colossale caso di inquinamento: “Il tribunale non è un luogo in cui cercare la verità”.
In Italia ci sono oltre 250mila avvocati, crescono al ritmo di diecimila all’anno. Nei tribunali italiani sono pendenti 5,5 milioni di processi civili e oltre 3 milioni di processi penali. Non saranno eccitanti e simbolici come quello che impegna i giurati newyorkesi in «The Night Of», ma anche da numeri simili traspare l’impossibilità della giustizia.

Lo spettatore arriverà al termine del serial di Zaillian e Price senza sapere molto di più su cosa accadde la famigerata notte, senza raggiungere alcuna certezza, ma scoprendo una quantità di elementi sui personaggi che affollano il dramma.

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2 Responses to «The Night Of»: la giustizia annega negli indizi, nella bravura degli avvocati, nel colore della pelle (e nella religione) degli accusati

  1. colpoditacco says:

    A me è piaciuta molto questa serie

  2. Pingback: «The Night Of»: nessuna consolazione, a parte il gatto | RUDI

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