Il nostro bisogno di consolazione, Stig Dagerman

Nel ’91, Iperborea pubblicò questo libretto dal titolo fulminante, lo comprai, lo lessi in mezz’ora e ogni tanto torno a rileggerlo.

image_bookGiovanissimo, Dagerman entrò a far parte del movimento anarco-sindacalista in cui militava il padre, operaio artificiere. La sua lucida disperazione è attiva, “impone dei doveri”, si configura come una scelta di testimonianza, di ribellione a una storia sanguinaria e ingiusta. Scrive Fulvio Ferrari, che ha tradotto il testo dallo svedese: “Dagerman coltivò la propria infelicità, la propria angoscia, come un bene prezioso, un sintomo di salute morale da custodire e diffondere”.
Sposa un’esule anarchica tedesca, “partecipa alla sofferenza degli umiliati senza per questo dimenticarne le colpe”. Si risposa con un’attrice. In 7-8 anni compone quattro romanzi, poesie, drammi teatrali, affinando un’esasperata sensibilità, che incontra un crescente successo: molti lo considerano l’enfant prodige della letteratura svedese del dopoguerra. Dopo una serie di tentati suicidi, muore asfissiato dai gas di scarico della sua auto il 4 novembre 1954. Era nato il 5 ottobre di 31 anni prima. Anche l’ultimo giorno di vita consegnò al quotidiano anarchico una poesia (Attenti al cane!), che irride l’insofferenza del potere verso i più deboli, quel potere che considera “deplorevole che gente che vive di sussidi tenga poi un cane”.

Da questo libretto si irradia una straziante bellezza. Monologo, testamento spirituale, affronta la contraddizione tra il desiderio di essere felice e l’impossibilità di esserlo. In poche pagine Dagerman condensa una dolorosa presa di coscienza.
“Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa”. Unica certezza: “il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto”.

Certo, lui conosce la consolazione della scrittura, ma “posso riempire tutti i miei fogli bianchi con le più belle combinazioni di parole che sorgono nel mio cervello. Siccome desidero assicurarmi che la mia vita non sia priva di senso e che io non sia solo sulla terra, raccolgo le parole in un libro e ne faccio dono al mondo. Il mondo mi dà in cambio dei soldi, la fama e il silenzio. Ma che m’importa dei soldi, che m’importa di contribuire a rendere più grande e perfetta la letteratura? L’unica cosa che m’importa è quella che non ottengo mai: l’assicurazione che le mie parole hanno toccato il cuore del mondo. Cos’è allora il mio talento se non una consolazione per la mia solitudine? Ma che consolazione spaventosa, che riesce solo a farmi vivere la solitudine con intensità cinque volte maggiore!”

Il suo più grande piacere è sentire “la capacità di spremere bellezza dalla mia disperazione, dal mio disgusto e dalle mie debolezze”. Ma tutto quel che gli accade di importante, “tutto quel che conferisce alla mia vita il suo contenuto meraviglioso – l’incontro con una persona amata, una carezza sulla pelle, un aiuto nel bisogno, il chiaro di luna, una gita in barca sul mare, la gioia che dà un bambino, il brivido di fronte alla bellezza – tutto questo si svolge totalmente al di fuori del tempo. Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente. Non solo la beatitudine si trova al di fuori del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita”.

stig-dagerman

La letteratura mette a nudo le viscere: “Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente”.

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