Il diritto di contare [Hidden Figures] – Theodore Melfi 2016 [cine14] – 8

Gli americani sanno ancora come farli, i film edificanti. E gli italiani sanno ancora come storpiare i titoli originali.
Siamo nei primi anni Sessanta, nell’oscurantista Virginia che si oppone alle leggi federali contro la segregazione razziale. E siamo negli anni della corsa allo spazio, quando i sovietici – prima lo Sputnik, poi la cagnetta Laika, infine Yuri Gagarin – infliggono durissime sconfitte simboliche alla NASA. L’aria è carica di anticomunismo, anche i bianchi razzisti possono tollerare il fatto che donne afroamericane collaborino al programma spaziale, purché questo serva a battere “i rossi”.

Il film racconta la storia di una geniale matematica afroamericana, Katherine Johnson, che scalò le gerarchie maschiliste e razziste all’interno della NASA, e si rivelò fondamentale per tracciare le traiettorie per il Programma Mercury e il volo orbitale di John Glen. Accanto a lei – nel film Taraji P. Henson – altre due donne nere – Octavia Spencer, Janelle Monáe – altrettanto fenomenali (gli americani adorano il successo); nel lato wasp del cast spiccano Kevin Costner, Kirsten Dunst, Glen Powell e Jim Parsons.
Con incarichi diversi, le tre afroamericane lavorano nel campus aereospaziale della NASA a Langley, Virginia, e il film postula che siano state le loro capacità, abbinate a un incomprimibile desiderio di riscatto, a risultare determinanti nel recuperare il ritardo e a sorpassare l’Urss nella corsa allo spazio. Persino nella programmazione dei primi, giganteschi computer IBM, queste donne si rivelano determinanti.

Essendo un film edificante, l’oppressione razziale e le sanguinose battaglie per il riconoscimento dei diritti civili restano sullo sfondo (in tv) o sono risolte in situazioni quasi comiche (il lungo percorso per andare al bagno, il bricco del caffè distinto da quello dei bianchi, l’impossibilità di seguire le lezioni universitarie diurne), ma siamo all’interno di un contesto eccezionale, fatto di plurilaureati con il massimo dei voti. Anche fra loro, tuttavia, il pregiudizio è una seconda pelle, e lo testimoniano le ottime interpretazioni di Parsons e Dunst, costretti loro malgrado a riconoscere una parità intellettuale (o peggio) a donne fino ad allora maltrattate.

Resta il fascino ineffabile del calcolo matematico, visualizzato tramite il gessetto bianco che svolazza sulla grande lavagna. Sono scene già viste e riviste («Will Hunting», «A Beautiful Mind», «The Imitation Game», «La teoria del tutto») eppure sprigionano una sconcertante meraviglia.

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