Canto della pianura, Kent Haruf ci porta a Holt (e non vorremmo più andarcene)

NNEditore potrebbe anche fallire domani, ma nessuno potrà togliergli il merito di aver pubblicato Kent Haruf. «Plainsong», nella traduzione di Fabio Cremonesi, fa parte della “Trilogia della pianura”, anzi ne è il primo capitolo in ordine cronologico, nonché il terzo dei suoi sette romanzi, e comincia così:

“A Holt, c’era quest’uomo, Tom Guthrie, se ne stava in piedi alla finestra della cucina, sul retro di casa sua, fumava una sigaretta e guardava fuori, verso il cortile posteriore su cui proprio in quel momento stava spuntando il giorno”, e già ti sembra di non essertene mai andato da Holt, Colorado, e che un po’ lo conosci quel Tom Guthrie, o almeno ti interessa sapere perché sta fumando prima dell’alba (presto sapremo che aveva smesso con le sigarette).
A Holt, l’autunno è appena cominciato, non fa ancora freddo. La storia corale che Haruf confeziona comincia con due bambini che dormono, Ike e Bobby, dieci e nove anni, fratelli che sembrano gemelli, e in un’altra stanza una donna che “giaceva a letto al buio, nella camera degli ospiti, addormentata oppure no”. Poco dopo, a colazione:
“Mamma non scende neanche oggi?
Non so, rispose Guthrie. Non so dire cosa farà. Ma non dovete preoccuparvi. Provateci, andrà tutto bene. Voi non c’entrate niente”.

Pochissimi come Haruf sanno restituire la densità di esistenze minime e l’intrinseca casualità con cui possono intrecciarsi. Al termine della lettura, il traduttore precisa ciò che il lettore può aver intuito: la scrittura del romanziere era diversa, ai tempi di «Canto della pianura» (1999) rispetto a come risulta in «Benedizione» (2013), meno distillata e perfetta, più propensa a frasi articolate, dalla costruzione complessa.

La scena successiva si apre su Victoria Roubideaux, detta Vicky. Si sveglia e corre in bagno, scossa da conati di vomito. La madre cinquantenne, abbandonata dal marito, sente i rumori, si affaccia sulla porta, il primo pensiero è che siano i postumi di una sbornia, poi che Victoria si sia “fatta mettere incinta”, la chiama “stupida puttanella”, non prova la minima solidarietà”, la figlia si veste e va a scuola.

Frammenti della varia umanità di Holt vengono descritti da Haruf nel corso del giro di riscossione degli abbonamenti che Ike e Bobby compiono ogni sabato mattina.

La stanza dei due bambini ha ampie vetrate, da una di queste una notte vedono una luce diffondersi dall’interno di una casa abbandonata. Si vestono, escono senza farsi sentire, e di nascosto assistono all’atto sessuale che una ragazza “delle superiori”, Sharlene, concede distrattamente a un amico del suo ragazzo, su insistenza di questo. Qualche giorno dopo, fa molto più freddo, Ike e Bobby accompagnano il padre dagli anziani fratelli McPheron, che vivono in una fattoria e hanno bisogno di aiuto per vaccinare il bestiame.

Che Victoria abbia “capelli neri come il carbone”, ci viene detto alla quarta o quinta volta che appare, e in generale Haruf è parco di descrizioni fisiche dei personaggi. In seguito, il romanziere irradia di una struggente dolcezza, non priva di ironia, i goffi tentativi dei fratelli McPheron di costruire un rapporto con Victoria.

Fra i tanti registri che Haruf mostra di poter usare, c’è anche quello sentimentale. Nella relazione fra Victoria e Dwayne, per esempio. Ma ancora meglio, nella naturalezza con cui fa progredire il rapporto fra Tom e Maggie, un abbozzo di felicità che si dischiude, nonostante lui si guardi allo specchio e si dica ad alta voce: “Non te lo meriti, non provare neppure e pensarci di meritarlo”. Accade senza che Haruf ci abbia raccontato cos’è successo di così terribile fra Tom e Ella. Alla fine del romanzo, non sappiamo nemmeno se Tom sia in qualche modo responsabile della depressione della moglie.

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6 Responses to Canto della pianura, Kent Haruf ci porta a Holt (e non vorremmo più andarcene)

  1. sunny70blog says:

    Sì, l’inizio è folgorante. Anche se la scena appare semplice e consueta, “quest’uomo” finirà di fumare e rientrerà in casa… un invito perfetto alla lettura. Mi ha poi conquistato l’immagine in copertina: la pianura è desolata e battuta da un vento gelido; chi ci vive dovrà sicuramente fare i conti con questa solitudine. Leggerò il libro, per il piacere impagabile che dà la scoperta di autori prima sconosciuti. Grazie.

  2. Che coincidenza ..ho cominciato a leggerlo stamattina

  3. Capolavoro la trilogia, haruf non usa mai una parola in più di quelle necessarie. Belle recensioni, mi ha fatto le stesse impressioni. Sul comodino il libro postumo. È uno scrittore di cui si sentirà la mancanza

    • Rudi says:

      ciao Silvestro, dunque devo procurarmi anche il libro postumo? Scherzo. Avevo già deciso, anche perché ho molta simpatia per questa nuova casa editrice.

  4. Pingback: “Crepuscolo” di Kent Haruf, le prime battute | RUDI

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