Interismo Leninismo, Luigi Cavallaro e la sua concezione materialistica della zona (manifestolibri, 2017)

L’autore lo dice subito, avverte il lettore di non cercare nel calcio una banale metafora della politica. Piuttosto, ha scritto queste pagine per soddisfare il bisogno “di discettare della mia passione per il calcio e per l’Inter, camuffando questa esigenza con i rimandi alla politica”; così facendo, si è convinto di poter rendere accettabile questo “recupero settimanale dell’infanzia”, come lo definì Javier Marias in un magnifico libretto finalizzato a smarcare il Real Madrid dal franchismo.

In realtà, l’ambizione di Cavallaro è quella di “(ri)provare a parlare di politica e dunque di destra e di sinistra”, facendo leva sulla assoluta serietà del gioco, sulle sue regole costitutive e sulle “pure relazioni” che originano. Il calcio è uno sport di squadra segnato dall’individualismo, anzi “dall’estro individuale”, ma le figure centrali si sono progressivamente decentrate dal campo, hanno smesso di essere il centravanti o il Numero 10, e sono diventate gli allenatori, i progettisti del gioco, del suo “disegno tattico”. Sono gli allenatori, ormai, a concretizzare la teoria sistemica per cui “il tutto è maggiore della somma delle parti e possiede proprietà che le singole parti non hanno, al punto che queste ultime si trasformano nel momento in cui vengono a costituire il tutto”: non vi viene da pensare allo spaesamento di Messi fuori dal Barcellona, appena certificato dal fallimento di Guardiola al City?

Cavallaro ha rimesso le mani sul libro omonimo, pubblicato sette anni fa, appena prima del Triplete. Nella nuova edizione tiene conto di ciò che è accaduto nel frattempo. Mentirei se dicessi che è una lettura facile, ma citando tale Frygies Karinthy, l’autore chiosa: “Non sono io a essere complicato, ma ciò di cui sto parlando” (Ovviamente ho dovuto scoprire chi fosse Karinthy: scrittore, poeta, drammaturgo, giornalista e traduttore ungherese, pare sia stato il primo, nel ’29, a proporre il concetto dei sei gradi di separazione).

La tesi più interessante mi pare questa: il modo di produzione capitalistico ha dissimulato la potenza del collettivo dietro una rappresentazione spettacolare del calcio che ne celebra ancora gli individui, costruendo una falsa coscienza sul vero carattere del gioco. In queste pagine troverete cosa accade quanto le forze produttive entrano in conflitto con i rapporti di produzione, ma anche la dialettica che ispira l’opera di Herbert Chapman e Hugo Meisl, Egri Erbstein e Gipo Viani, Karl Rappan e Viktor Maslov, e poi le rivoluzioni di Helenio Herrera e Arrigo Sacchi, con il suo insuperato teorema che postula la necessità di imparare a “giocare senza palla”. Leggerete anche di Marx e Gramsci, Taylor e Huizinga, Debord e Monod, Althusser e Brera, Pasolini e Stephen Jay Gould. La competenza calcistica dell’autore si abbina alla lettura critica dell’economia politica, che evidenzia come il Financial Fair Play altro non sia che un meccanismo “del tutto analogo al cosiddetto Patto di stabilità che governa ferreamente l’Unione Europea” (il disastroso paragone fra Grecia e Inter viene spontaneo).

Definiti i termini essenziali della dialettica – individualismo e organizzazione – e individuato il gioco a zona come una forma di “rivoluzione collettivista”, Cavallaro ne vede l’origine in quella che definisce “la rinnovata centralità degli allenatori”. In passato, l’allenatore preparava la partita, dettava disposizioni e marcature, prevedeva le situazioni critiche prima che il gioco avesse inizio. Oggi è chiamato a “fare la partita” insieme ai suoi giocatori, per tutti i 90 minuti. E arriviamo all’elogio di Mourinho, per come studia e risolve i dettagli (notoriamente decisivi in Champions); in altri termini, per come sfida la complessità e la casualità del gioco affinando ogni sforzo per “ridurre al minimo l’imponderabile”.

Non condivido la dichiarata, netta preferenza per Mourinho rispetto a Guardiola, e ho avuto occasione di discuterne con Cavallaro. Cerchiamo nel calcio cose diverse, un diverso tipo di logica. Ma per i tifosi interisti – primi ma certo non unici destinatari di un libro come questo – è evidente che la natura della squadra (e della società) si è storicamente sposata con leader come Herrera e Mourinho, Trapattoni e Mancini, piuttosto che come Sacchi e Guardiola. E anche il fallimento di Frank de Boer sa di premonizione, o di profezia autoavverantesi.

Il volume si chiude con parole speranzose sulla svolta prodotta da Suning, non fosse altro perché “la sostenibilità delle finanze non è più considerata come un prerequisito della gestione sportiva, ma al contrario un suo risultato”. Finisce l’austerità, nascerà una terza Grande Inter?

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12 Responses to Interismo Leninismo, Luigi Cavallaro e la sua concezione materialistica della zona (manifestolibri, 2017)

  1. pgkappa says:

    i leninisti a milano dovrebbero essere quelli rossoneri.

  2. Silvio Dossi says:

    questa storia Inter destra altri sinistra, al pari della prescrizione, è totalmente priva di senso.Il libro di Cavallaro è decisamente bello mi piacerebbe incontrarlo per farmelo autografare.
    Silvio, ovviamente di Milano, Interista-Leninista tessera Nr245

  3. francesco says:

    quello che non ha senso è accostare il pensiero politico al calcio. detto questo, il sito degli interisti leninisti mi ha sempre fatto sorridere ma oggettivamente basta dare uno sguardo alla curva nord e di marxista leninista non c’è assolutamente nulla!

  4. francesco says:

    Apprifitto del post per ricordare a chi diceva che Trump e Clinton erano uguali le prossime norme del primo in materia ambientale. Cioè, non esattamente ambientale. Eh ma la Clinton era contro quel simpatico democratico di Putin……

    • Però è un po’ scorretto questo monopolio sul non-essere, su ciò che non è successo.
      Se c’è Renzi, gli altri sarebbero stati peggio; se c’è Trump gli altri sarebbero stati meglio; col SÌ le cose sarebbero andate alla grande; senza l’euro saremmo stati alla fame.
      Insomma, su ciò che non può essere visto e contestato avete sempre ragione.

      Detto ciò, di Trump non si può che parlar male. Di ciò che avrebbe fatto la Clinton, sono contento di non dovermi porre il problema.

      • francesco says:

        io sono per il mondo del possibile, non per quello dell’improbabile

      • francesco says:

        comunque Renzi molto di sinistra nell’intervista al corriere di venerdi scorso…. ed anche equilibrato nella vicenda delle firme irregolari della Raggi a Roma

  5. sunny70blog says:

    In un calcio malato di closing estremo ed infestato da bigliettai malavitosi, la terza grande Inter arriverà se si continuerà a mantenere la propria diversità morale e culturale da certe società; poi naturalmente, ci devono essere casse solide, acquisti illuminati, ed eventuali nuovi allenatori che non abbiano alle spalle ben tre filoni di indagini per calcio scommesse – ho fatto un ripassino. A me, interista sofferente sotto il giogo juventino, l’immagine del gioco a zona come conquista della lotta di classe, è piaciuto; e, a guardarli di profilo, Pioli e Lenin…

    • willerneroblu says:

      La terza Grande Inter arriverà solo se compreremo grandi campioni e grandi allenatori capaci di tener testa alla mafia del calcio se no dimenticatevelo;il massimo sarebbe riuscire a mettere la testa in Champion e vincerla anche senza scudetto,allora si che li faremmo impazzire!!!

  6. Io l’ho imparato con Mourinho, a mio diretto beneficio da tifoso, che le vittorie nel calcio di oggi hanno come figura imprescindibile un grande allenatore.
    Nell’Inter post triplete, a parte la parentesi Leonardo dove in quella stagione bastava che ai giocatori fossero ricordate le allora recentissime grandi imprese, abbiamo avuto allenatori sempre sbagliati e per ragioni diverse.
    Pioli è l’unico che lo vedo in sintonia con le potenzialità della squadra e con la situazione societaria e ambientale contingente. Un ottimo professionista, dunque, ma temo che gli manchi il quid per essere un vero condottiero

    • È quello che ho sempre pensato di Allegri, prima di questo triennio da schiacciasassi.
      Credo che Pioli si sia guadagnato l’occasione di provarci (a meno di tracolli).

  7. riccardoanelli64 says:

    Consiglio dello stesso autore “Rapsodia Neroblu – Sul calcio, il Comunismo e l’ Inter” (Manifestolibri). Un libro nel quale attraverso le partite della Beneamata si parla dei problemi della vita reale. Ovviamente il libro è molto più bello della mia pessima recensione.

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