Chiamare gaffes quelle di Poletti significa non voler capire la sua infantile, incontenibile sincerità

Ci risiamo, e devo dire che ho perso il conto.

Giuliano Poletti se n’è uscito con l’ennesima frase infelice con cui sta infarcendo la sua esperienza ministeriale.
“Trovare un lavoro? Meglio giocare a calcetto che inviare un curriculum”.
L’ha detta agli studenti dell’istituto tecnico professionale Manfredi-Tanari di Bologna.

Secondo il Ministro del Lavoro, infatti, quando si cerca un lavoro “il rapporto di fiducia è un tema sempre più essenziale”, dunque si creano più opportunità “a giocare a calcetto che a mandare in giro i curricula”.

Sono frasi indicibili, ma ormai sappiamo che questo ministro manca di tante cose, fra cui il senso del ridicolo e il senso dell’opportunità.
Sono verità indicibili, per chi ci assilla da anni con la “meritocrazia”, e poi sceglie gli amici e gli amici degli amici per dirigere la Rai o le aziende pubbliche e far parte di lucrosi consigli di amministrazione.

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17 Responses to Chiamare gaffes quelle di Poletti significa non voler capire la sua infantile, incontenibile sincerità

  1. Ormai fa collezione di frasi indicibili. Ho ancora nelle orecchie la terribile “meglio uscire dall’università a 23 anni con 97”. La certificazione che il sig. Poletti ed il suo governo sono del tutto insensibili alla sincera gioia di un percorso accademico svolto con passione ed impegno. Velleità sacrificabile all’altare di un pragmatismo spesso vuoto e sterile.

    L’ennesima declinazione delle “tre i” di Berlusconi. Vabbé.

    • antonior66 says:

      Perché terribile? A me sembra perfettamente logica. Sulla frase in oggetto, mi piacerebbe vedere un video per capire il contesto. Può essere sia una cazzata, che una cosa ovvia. Il contesto fa molto, in tale affermazione.

      • Concordo sul contesto. Per quanto riguarda l’altra frase, un ministro del lavoro che mi consiglia di svolgere “presto e male” le mie incombenze universitarie (di fatto, un lavoro) mi suscita qualche perplessità.

      • Rudi says:

        Vabbé, il contesto. Antonio… Era davanti a studenti e insegnanti, se fossi stato un insegnante gli avrei detto di andarsene, che stava svalutando il mio lavoro e ogni progetto educativo. Certo, se è il contesto (la disoccupazione) a far fare a Trump le idiozie che sta facendo, ogni idiozia può essere sempre giustificata.

    • antonior66 says:

      Sono andato a cercare la frase di Poletti. Era, meglio laurearsi a 21 anni con 97, che con 110 e lode a 28 anni. Sinceramente concordo.

      • Antonio, per favore, ci si diploma a 19, le lauree brevi sono triennali, le magistrali due.
        Un ragazzo perfettamente in linea col piano di studi fa la triennale a 22 e completa il +2 a 24.
        Abbiamo voluto le università sul modello aziendale, le lauree brevi per gonfiare il numero dei laureati per poi dire che erano lauree di serie b, e incitare al famoso +2. Così, corsi di 4 anni sono diventati di 5, ma con due tesi, due iscrizioni, due piani due studio, due burocrazie. Per velocizzare, abbiamo fatto perdere tempo.

        Detto ciò, la frase di Poletti mi sembra la sintesi perfetta del renzismo “Fare le cose velocemente, farle male”.

  2. Ha detto Severgnini che Poletti ha ragione

    • francesco says:

      ha detto l’ovvio, purtroppo nel suo modo di fare contadinesco (in questo si riconosce la praticità di uno cresciuto nella lega delle cooperative, che dal 1948 permette di fare al PCI/PDS/DS/PD di fare le feste dell’unità in Emilia e non solo), che nel mondo del lavoro le relazioni sono alla base del rapporto fiduciario che legherà successivamente azienda e dipendente. se poi ha detto anche che è meglio uscire dall’università a 23 anni anzichè a 27 (magari laureati in storia del capello medioevale) lì è addirittura una frase a cui fare una ola per 96 minuti

      • Guarda, Francesco, io credo che ci sia del vero nel senso delle parole di Poletti. Vedo tanti ragazzi uscire dall’università che non sanno fare niente, non sanno arrangiarsi. Ingegneri che hanno imparato a fare 6×8 che vanno nel pallone se si trovano davanti 8×6. Per loro è tutto una procedura, una richiesta in carta bollata, un numero di crediti formativi ed eventuali equipollenze.
        A me va anche bene se il senso dell’affermazione di Poletti è quella di invitare a uscire di casa, a staccarsi dalla mail e mettersi a conoscere gente, a farsi vedere svegli, recuperare il contatto umano oltre un CV in formato europeo.
        Ma il problema è il tono. Poletti parla come il più sprezzante dei berlusconiani, come il cumenda dei film di Vanzina, traboccando retorica dell’uomo che si fa da sè ed è venditore di se stesso. L’uscita sul calcetto è infelice, irrispettosa, e trasforma un consiglio in uno sberleffo

      • francesco says:

        io per l’appunto, per una volta, mi preoccuperei della sostanza. perchè sennò vale anche che a Roma si debba tornare a votare per la storia delle firme (e non perchè chi eletto non sta governando) che è una cosa ridicolissima (e per dirlo io che li detesto….). e a me non pare che Poletti abbia un tono sprezzante… semplicemente parla come si parlerebbe in una azienda (e la lega delle cooperative è una signora azienda) senza tanti voli pindarici….. poi lo dico un pò a tutti colro che hanno figli qua dentro (me compreso)….. vostro figlio come lo vedreste catapultato nell’azienda in cui lavorate?

      • Eh però non possiamo stare sempre a fare le pulci al linguaggio grossolano degli altri – che quello incita all’odio, quell’altro al sessismo, quello dice vaffanculo – e poi si fa spallucce quando De Luca dice chiattona (per un culona di Berlusconi l’abbiamo menata per anni); oppure quando un ministro del lavoro parla come il bullo del paese al bar. È un uscita da Lapo Elkan, che le opportunità di lavoro ce le creiamo all’aperitivo, mica dandosi da fare (e che io possa criticare il modo di darsi da fare, è un altro paio di maniche).

      • francesco says:

        infatti De Luca ha sbagliato e mi pare tutti l’abbiano sfanculato.

  3. Interator says:

    È una frase che ho sentito dire almeno una ventina di volte da diversi datori di lavoro. Sostengono di preferire generalmente assumere una persona “di fiducia” che uno qualificato ma sconosciuto.

    Non tutti ragionano così, però Poletti – ahinoi – non è così lontano dal vero

  4. sunny70blog says:

    Dettaglio trascurabile, Poletti è un ministro della Repubblica, e dichiarazioni del genere non dovrebbe farle neanche tra le quattro pareti domestiche, ahinoi.

  5. willerneroblu says:

    E’il giro della vita in Italia,calcetto,niente lavoro comunque,menisco rotto,operati dal primario del Pini……….

  6. gigidibiagio says:

    In Italia funziona così? E infatti i risultati si vedono

  7. chologol says:

    L’invito di Poletti a coltivare i rapporti sociali più che quelli con Word è sacrosanto. Poi l’esempio del calcetto è provocatorio, anche se ne è uscita una provocazione espressa con l’odioso tono delle verità assolute.

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