Dawson City [Dawson City. Frozen Time] – Bill Morrison 2016 [cine16] – 9

Atto d’amore verso il cinema e documento inedito su un pezzo fondamentale della storia americana: Dawson City non è niente di meno.

È un documentario come non ne avevo mai visti. E già questa classificazione mi sembra restrittiva, perché è un film che scava negli strati più profondi di una memoria dimenticata, rievoca opere di cui non conoscevo l’esistenza e mostra la storia di un luogo topico del Sogno Americano e della sua epica: il Klondike della Gold Rush (brandelli di Chaplin conferiscono alla trama il potere di apparire più vera del vero).

Nel 1978, a Dawson City, Alaska, avviene una casuale, fenomenale scoperta. Scavando sotto un edificio, le ruspe trovano centinaia di film dell’epoca del muto, conservate nel ghiaccio. Sono pellicole in nitrato, bruciano come niente, e sono le ultime sopravvissute di migliaia di bobine arrivate a Dawson City dai primi anni Dieci per essere proiettate nelle due sale della cittadina (il DAAA Theater e l’Orpheum Theater) all’estremo confine nord del mondo, vicino al Circolo Polare Artico. Per i distributori, infatti, era troppo costoso rientrare in possesso delle bobine, e la loro “corsa” finiva lì: nella gran parte dei casi distrutte, gettate nello Yukon come i rifiuti.

Ma Dawson City è anche un pezzo di storia dai risvolti sorprendenti. Una cittadina di poche decine di abitanti arriva a quarantamila fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, e due terzi dei cercatori d’oro dovettero fare marcia indietro (molti morirono). Da lì, in un decennio, passarono i romanzieri Jack London e Robert Service, Fred Trump, Sid Grauman, Tex Rickard, Klondike Kate, Alexander Pantages, Fatty Arbuckle, I fratelli Daniel e Solomon Guggenheim, William Desmond Taylor, il grande fotografo Eric Hegg. Scopriamo che il nonno dell’attuale presidente degli Stati Uniti pose le basi delle fortune di famiglia allestendo un bordello destinato ai cercatori d’oro. La “corsa” fu rapida e violenta, finì di colpo e Dawson City tornò a essere una città fantasma.

La scoperta dell’oro a Dawson City avviene nel 1898, pressoché contemporanea alla diffusione del cinematografo. È da questo parallelo pionieristico che il film ricava la sua grazia, esaltata dal silenzio (niente voce off) e dalle musiche di Alex Somers, legato alla band islandese dei Sigùr Ros.

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2 Responses to Dawson City [Dawson City. Frozen Time] – Bill Morrison 2016 [cine16] – 9

  1. sunny70blog says:

    Dawson City merita di essere visto – e merita questa bellissima recensione – perchè racconta, con la sola potenza delle immagini, di una città, lontana anni luce dagli Studios, in cui arriva la magia del cinema, che sfugge ad incendi, distruzioni, e all’oblio. Bastano pochi frammenti per far rivivere volti, storie, in un tempo eterno. La nostalgia qui non c’entra, si resta incollati allo schermo per passione.

  2. arancioeblu says:

    Qui un’altra recensione http://www.internazionale.it/opinione/francesco-boille/2017/03/29/dawson-city-recensione.
    E poi andrebbe almeno citata la http://www.cinetecadibologna.it, uno dei motivi per cui vale la pena abitare a Bologna.

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