L’uomo delle Filippine, Ivo Milazzo e Giancarlo Berardi, CEPIM 1980

Numero 27 della collana «Un uomo, un’avventura», che privilegiava il nome del disegnatore rispetto allo sceneggiatore (in copertina, il solo Milazzo). Fra i più fumetti più esplicitamente “politici” mai pubblicati da Bonelli.

La Spagna prese possesso delle isole Filippine nel marzo 1521, con lo sbarco di Magellano (che vi morì, nei combattimenti che ne seguirono). Per oltre tre secoli, gli spagnoli dominarono quell’arcipelago fatto di settemila isole e decine di dialetti. Dopo la guerra ispano-americana del 1898, le Filippine passarono sotto il controllo degli Stati Uniti, ed è in questa prima fase che è ambientata la trama di questo volume.

La domanda di libertà degli indigeni, guidati da Emilio Aguinaldo, prese la forma della guerriglia. I presidenti McKinley e Theodore Roosevelt decisero di inviare sul posto ben 120.000 soldati, i due terzi dell’intero esercito Usa. Torture, eccidi, uso di pallottole esplosive… le atrocità commesse in nome della civiltà. L’indipendenza venne concessa solo il 4 luglio 1946.
Scrive Berardi nell’introduzione: “È un privilegio dei grandi popoli guerrieri quello di considerare la libertà solo come una conquista e mai come un dono… Fin dal primo momento in cui presi in considerazione la possibilità di ricavarne un racconto, mi colpì l’incredibile numero di fatti che accomuna la storia delle Filippine a quella più recente del Vietnam”.

Isola di Mindanao, 7 agosto 1902. Mentre il colonnello Harris cerca di avviare una trattativa di pace, con la contrarietà di molti altri militari, sbarca sull’isola un civile, James Stappleton, vecchio amico di Harris. Viene da New York, è ormai anziano, ha lunghi baffi bianchi. Lo mettono in guardia dal familiarizzare anche con i bambini: “Hanno sangue malese nelle vene! Sangue di pirati!”. Ma gli è impossibile rifiutare Jolo, un ragazzino seminudo che gli si propone come servitore, e i due seguono la pattuglia che si addentra nella jungla, guidata da un fanatico tenente.

Fa caldo, l’umidità è terribile. Vengono assaliti da una banda di ribelli “Moros”, armati di scimitarre e vecchi fucili. Stappleton verifica come le atrocità degli indigeni trovino piena corrispondenza in quelle dei bianchi. Quando Harris e Stappleton si ritrovano, diventa chiaro il senso della presenza del civile: ha ripetutamente scritto contro quella guerra e fa parte della Lega Antimperialista Americana (come Mark Twain, Andrew Carnegie e altri), che si richiamavano ai principi della Dichiarazione d’Indipedenza del 1776, secondo la quale ogni uomo ha diritto di vivere libero e di ricercare la felicità. Non credono che i filippini debbano essere “educati all’autogoverno2 da un esercito di occupazione. Ben Harris viene da West Point, ha l’atteggiamento paternalista di chi si sente investito da una missione civilizzatrice, ma non è un invasato; vuole arrivare a un accordo di pace, ma sa che ogni tribù non intende farsi rappresentare da altri.

Come in tanti altri fumetti di Berardi e Milazzo, non manca una figura comica, che serve a stemperare la tensione: in questo caso Jolo, che con Stappleton inscena dialoghi fin troppo sofisticati (anche le discussioni fra i due vecchi amici sono scoppiettanti). Il capo della guarnigione e i suoi ospiti vengono invitati a un matrimonio con rito islamico, partecipano al banchetto e alla festa che ne segue (Milazzo li riproduce con un segno dinamico e coloratissimo). All’improvviso, si palesa un uomo armato di scimitarra che si fa crivellare di colpi pur di arrivare a decapitare Harris. È il segnale dell’attacco: la guarnigione sarebbe distrutta se non fosse per una mitragliatrice, che fa strage degli indigeni.

Il fanatico tenente prende il comando e non esita a usare la tortura (una vignetta mostra persino il waterboarding), Stappleton gli si oppone inutilmente. Sa che è stato Jolo a far saltare il deposito di munizioni, ma sa anche che il ragazzino impugna una pistola scarica (e viene ucciso con un proiettile alle spalle).
Stappleton riferirà quanto ha visto alla Commissione d’inchiesta per i crimini di guerra, che portò davanti al tribunale militare 44 fra soldati e ufficiali. Le condanne furono risibili.

E le ultime due tavole ci portano al processo che nel 1970 vide imputato un altro fanatico tenente, William Cawley jr., responsabile della strage di My Lai del 16 marzo 1968.

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