Relayer, Yes (Atlantic, 1974)

LA PUNTINA SUL VINILE 3.

Nella categoria “dischi che non ascolto più e chissà a cosa pensavo quando li ho comprati”, Relayer occupa una piazza d’onore.

È l’ultimo lp degli Yes che mi ero procurato, ne possedevo già altri 4; in seguito, ho assecondato l’antica tentazione di procurarmi il cd di Yessongs. La musica degli Yes è terribilmente datata. Il suono dell’organo di Rick Wakeman, per esempio, mi rimanda alle lunghe ore passate a studiare matematica (con scarso profitto) nel triennio del liceo. Il lirismo fantasy di The Gates of Delirium (21’55) occupa l’intera prima facciata, più abbordabili Sound Chaser (9’25) e To Be Over (9’08).

Se c’è un motivo per cui tutti dovrebbero essere grati al punk, è l’aver spazzato via certi barocchismi estetizzanti, in cui gli Yes – come gli EL&P – indubbiamente eccellevano. E tuttavia, non posso dimenticare che, all’epoca, leggevo una quantità di riviste e votavo nei referendum fra i lettori su chi fossero i migliori musicisti rock, strumento per strumento. Ogni volta Chris Squire (basso), il biondo Wakeman (tastiere) e Steve Howe (chitarre) finivano ai primi posti delle classifiche.

In questo album, Wakeman era appena stato sostituito dallo svizzero Patrick Moraz, picchiava sulla batteria Alan White, mentre la voce è ancora e sempre quella di Jon Anderson. Ecco, l’aspetto più indifendibile di questo sound sta nel canto; riascoltare i gorgheggi e i falsetti di Anderson, mi fa pensare a quanto fossi suggestionato dalle fatate copertine di Roger Dean.

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