Wolverine, la furia dentro, Dan Chichester e Bill Sienkiewicz

Inner Fury – storia fuori dalla continuity, inchiostrata da Sherylin Van Valkenburgh – uscì nel novembre 1992, e un paio d’anni dopo in Italia: 48 tavole inserite al numero 50 nella cronologia del Wolverine edito da Play Press, a cui seguivano un’altra storia di Logan (Trenta affondi sopra Tokyo) e una di Excalibur, protagonista Fenice; infine, una storia breve di Wolverine e Nightcrawler, e un’altra strana combinazione, fra Logan e Typhoid Mary.

La forza del personaggio Wolverine sta nel fatto che conosce il dolore, non ne è al riparo. Il fattore mutante, il prodigioso potere di guarigione è a sua volta foriero di acute sofferenze.

In questa avventura, si raggiunge il limite: Wolverine deve affrontare un’infezione, un virus che gli è stato iniettato dall’Hydra di Von Strucker, e che circola nel suo sangue e può far collassare lo scheletro d’adamantio. Sovraccaricare il fattore di guarigione equivale a un’agonia: l’Hydra ha di queste idee diaboliche.

La storia mi pare faticosa, sovraccarica di segni (grafici e testuali). Sienkiewicz mi sembra particolarmente adatto a questo personaggio: la Marvel avrebbe dovuto coinvolgerlo di più. Il pennino è graffiante, le pitture hanno accenti pollockiani, certe fisionomie mostruose rimandano a Francis Bacon.

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