Ommadawn, Mike Oldfield (Virgin, 1975)

L’ho ascoltato fino allo sfinimento, questo terzo lp di Oldfield ha fatto da sottofondo a molti pomeriggi passati fra fumetti e matematica, e ieri mi sono accorto di conoscerle ancora a memoria, le due lunghe suite. Possiedo ancora la precisa nozione dell’istante in cui partirà la filastrocca per bambini che va a chiudere l’album.

A due anni di distanza dall’esplosione delle campane tubolari, la fascinazione per Oldfield era all’apogeo. Lunghi movimenti avvolgenti, melodie dolcissime, oserei dire celestiali, un po’ folk e un po’ new age, alle quali contribuivano percussioni africane e alcune coriste (fra cui la sorella Sally), mentre il tappeto sonoro stava saldamente nelle mani dell’autore. La cui fama derivò dall’essere ostentatamente, narcisisticamente polistrumentista (qui suona l’arpa, chitarre acustiche ed elettriche, banjo, mandolino, basso, tastiere, pianoforte e glockenspiel). Ma più dello stupore per l’abilità tecnica, Oldfield brillò per le doti da compositore, perfetto interprete dello spirito del tempo.

In gaelico, Ommadawn pare stia a significare pazzo o idiota. Forse Oldfield si sentiva così: aveva 22 anni ed era appena diventato ricchissimo, trascinando il marchio Virgin verso un futuro radioso.

La fotografia di David Bailey, in copertina, non sembra preludere all’ascesi?

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3 Responses to Ommadawn, Mike Oldfield (Virgin, 1975)

  1. metalupo says:

    Mi ricorda Cobain.

  2. antoniodaroma says:

    Con tutto il rispetto per Cobain (immagino che sia una similitudine fisiognomica) il buon Mike è uno dei maestri della mia vita lui e le sue campane tubolari

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