Broken English, Marianne Faithfull (Island, 1979)

LA PUNTINA SUL VINILE 21.

Un disco con questa copertina e che contiene The Ballad of Lucy Jordan e Working Class Hero non ha bisogno di altre giustificazioni. Nel mio caso, le splendide immagini di «Thelma & Louise» rimandano a questa voce arrochita che prende per mano le due donne in fuga e le conduce sotto le stelle che illuminano la Monument Valley.

D’altro lato, trovo emblematico il fatto che per scrollarsi di dosso l’immagine di “musa degli Stones”, Faithfull si fosse rivolta a John Lennon, riuscendo a stravolgere il suo inno di protesta.

Voce corrosiva, sfuggita a qualche cristallo difettoso, sigaretta ostentata, sguardo obliquo, tenebre blu in cui affogare le vicissitudini accumulate nei suoi primi 33 anni… Marianne Faithfull assume una veste spettrale e tenebrosa, una specie di Tom Waits al femminile, che passa le giornate nei bar dipinti da Hopper.

Non l’ho mai persa di vista, ma fra Lilì Marlene e la canzone di protesta, mi sembra abbia faticato a ritrovare l’abissale ispirazione che fuoriesce da questo suo settimo album.

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