Manhattan [id.] – Woody Allen, 1979 [cine21] – 10

Non tutti hanno la fortuna di vederlo a vent’anni, e di rivederlo più volte, fino a oggi, restaurato dalla Cineteca di Bologna, supervisione di Grover Crisp che, come leggo nelle note, “si è mosso nel senso di una minuziosa fedeltà al meraviglioso lavoro di Gordon Willis”, restituendoci “la morbidezza e la pienezza fotografica di Manhattan, l’incanto dei suoi grigi”.

Serviva il bianco e nero per edificare il mito di una città che ogni ventenne nel ’79 avrebbe voluto percorrere a piedi, fra il Radio City Music Hall e il Guggenheim, Times Square e Braodway, passeggiando – non importa se piove, se attraversi Central Park – insieme a Mariel Hemigway o a Diane Keaton (non meno affascinante Anne Byrne, all’epoca moglie di Dustin Hoffman), per poi sedersi su una panchina davanti al Queensboro Bridge a osservare l’Hudson, lo skyline più famoso del mondo. “Amava New York… era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”. Quanta dolcezza del vivere… Solo Scott Fitzgerald era riuscito a proporne altrettanta.

In questo che è uno dei 3-4 capolavori di Woody, ritrovo momenti di perfezione assoluta, rido e mi commuovo, mi esalto davanti alla sinfonia postmoderna che si inerpica sulle musiche di George Gershwin, la «Rapsodia in blu» eseguita nel 1954 e che pare composta per questo film. Mi piace ricordare alcuni nomi rimasti in secondo piano: Marshall Brickman ha collaborato a soggetto e sceneggiatura, Mel Bourne firma le scenografie, Meryl Streep sembra recitare allo specchio di «Kramer vs. Kramer» (anche quel film è del ’79).

Alcune delle battute che attraversano i dialoghi, Woody le aveva recitate dal vivo e scritte nei libri già una dozzina di anni prima.
Ike: “Sei così bella che stento a tenere gli occhi sul tassametro”.
Ike: “Ebbene io sono all’antica, non credo nei rapporti extra-coniugali. Credo che le persone dovrebbero accoppiarsi a vita, come i piccioni, o i cattolici”.
“Mary: Oh, ti prego non psicanalizzarmi. Io pago un dottore per questo.
Isaac: Ehi, tu chiami quel tizio con cui chiacchieri “un dottore”? No, dico, non ti insospettisce quando il tuo analista ti chiama alle tre del mattino e scoppia in singhiozzi al telefono?
Mary: Va bene, non sarà ortodosso. Ma è un dottore altamente qualificato.
Isaac: Ah! Ha fatto un gran lavoro con te. Hai una stima di te che è solo di una tacca sotto Kafka”.

«Manhattan» parla d’amore, sentimenti inafferrabili, contraddittori, che suscitano sensi di colpa, felicità inseguita e smarrita, affinità elettive e intellettualismi, aspirazioni ed egoismi, nevrosi e appagamento, alienazione metropolitana, opportunismi e magia, immaturità e vecchiaia, passione e perdita… Unica soluzione, assecondare le spinte del cuore, anziché dare ascolto ai ragionamenti del cervello, “l’organo più sopravvalutato”.

Fra Groucho Marx e Bergman, Chaplin e Fellini, i pedinamenti frontali e le carrellate laterali, qui Allen era davvero toccato dalla grazia.

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4 Responses to Manhattan [id.] – Woody Allen, 1979 [cine21] – 10

  1. 321Clic says:

    Non so perché ma Woody Allen non sono mai riuscita ad apprezzarlo fino in fondo.

  2. Allen, il mio regista preferito, alla pari con Polanski. Due geni.

  3. Ringrazio per la recensione, che ha provocato una serie di ricordi dolceamari.

    Quando l’ho visto, avevo 18 anni; è stato un film (mirabile fusione di immagine, dialoghi, musiche) che segnano, in quanto ti portano a ricercare altri momenti simili, di pura grazia; ho letto più volte la sceneggiatuta (una meritoria edizione BUR).

    Mi permetto di sottolineare la scena finale, che col tempo apprezzo sempre di più, in particolare l’ultima battuta di Tracy (M. Hemingway), che replica ad Isaac (Allen) impaziente ed egoista come un ragazzino:

    “Senti, sei mesi non sono tanti…E non è che tutti si guastino…Bisogna avere un po’ di fiducia, sai, nella gente”.

    Fabrizio Monti

  4. denny says:

    La seconda foto che hai messo … Woody che elenca le cose x cui vale la pena vivere, e alla fine dice “il viso di Tracy” … Mi commuovo sempre

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