L’ultimo tocco di Lubitsch, Samson Raphaelson (Adelphi, 1981)

Chi scrive ha collaborato alla scrittura di 9 film di Ernst Lubitsch, fra il 1931 («L’allegro tenente») e il conclusivo «La signora in ermellino» (1947), “eppure non ho mai avuto l’impressione di conoscerlo, né che lui conoscesse me”. Sono di Raphaelson i dialoghi di «Mancia competente», «Angelo», «Scrivimi fermo posta», «Il paradiso può attendere»; nel ’41 ha collaborato con Hitchcock per «Il sospetto» e intorno alla metà degli anni Venti aveva scritto la commedia «The Jazz Singer», da cui venne tratto il primo film sonoro.

Raphaelson non parla dei film, ma del suo rapporto con Lubitsch. Dell’amicizia pudica, dell’affetto implicito, dell’osmosi creativa. Non descrive “il tocco di Lubitsch”, la raffinatezza che rende inconfondibili le sue commedie, la scelta di suggerire invece che mostrare, ma ne fa percepire l’origine.

Si erano conosciuti alla Paramount, quando lui aveva 34 anni e il regista 38; all’epoca, lui era un oscuro commediografo, mentre il nome di Lubitsch era già famoso per alcuni capolavori del muto. La loro collaborazione era metodica: 6 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, nella stessa stanza, a parlare, mentre una segretaria prendeva appunti. “Lubitsch non era quello che uno scrittore definirebbe scrittore, e nemmeno perdeva tempo a cercare di diventarlo. Dubito che abbia mai cercato di ideare autonomamente una storia, un film, o anche una singola scena.

Su se stesso non nutriva né vanità né illusioni; era abbastanza scaltro da tenersi buoni gli scrittori… valutava una scena, un film o un’interpretazione con l’occhio del genio. Un dono simile è molto più raro del semplice talento”. Nei 17 anni di collaborazione, lo scrittore si recò sul set non più di 5-6 volte, e sempre perché Lubitsch voleva cambiare una battuta del dialogo.

Segue un racconto pubblicato nell’80 su «The Atlantic Monthly». I nomi dei protagonisti sono di fantasia, ma è facile ritrovare il tono scanzonato e leggiadro, le atmosfere di certi film di Lubitsch. Descrive un sottobosco hollywoodiano che vive di espedienti, in attesa di un momento magico che forse non verrà mai.
Tradotto da Davide Tortorella, con una nota di Enrico Ghezzi, che afferma: “La smagliante lucentezza concettuale e l’eleganza lubitschiana dei due pezzi bastano a capire perché Lubitsch avesse scelto proprio Raphaelson come collaboratore”.

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