La mia rivoluzione (l’autobiografia), Johan Cruyff e Jaap de Groot, Bompiani 2016

Dettata a Jaap de Groot e tradotta da Francesco Panzeri, ecco l’autobiografia del più grande uomo di calcio dell’ultimo mezzo secolo, calciatore e allenatore rivoluzionario, morto a Barcellona il 24 marzo 2016. Il libro è uscito postumo, l’ultima intervista venne fatta il 2 marzo; De Groot arrivò alla conclusione che fosse giusto scrivere il libro in prima persona, al tempo presente.

Nato nel 1947, orfano di padre a dodici anni, a quel punto “la mia vita è stata definita dall’Ajax”. I genitori erano proprietari di un negozio di frutta e verdura a poche centinaia di metri dal vecchio stadio De Meer; il padre non mancava mai a una partita casalinga dell’Ajax. Il secondo marito della madre era amico del padre e addetto alla manutenzione dei campi dell’Ajax.
Giocando per strada, sull’asfalto, Johan ha imparato a non cadere (fa male) e a usare ogni opportunità (per esempio il cordolo del marciapiede) per migliorare il palleggio e il controllo della palla. Scrive: “occorre trarre vantaggio da ogni situazione”. Del resto, il papà aveva un occhio di vetro e scommetteva su chi riusciva a guardare più a lungo il sole, coprendosi l’occhio buono… Ventenne, ha sposato Danny e sono rimasti insieme 48 anni.

“Alla base del grande exploit dell’Ajax ci fu una combinazione di talento, tecnica e disciplina, in cui Jany van der Veen e Rinus Michels ebbero un ruolo determinante”. Da Michels ha imparato che “difendere consiste nel concedere il minor tempo possibile agli avversari. O che gli spazi si debbano allargare in fase di possesso palla e restringere in fase di non possesso”.
Nel 1971, dopo la prima Coppa dei campioni, Michels va al Barcellona; al suo posto arriva il rumeno Stefan Kovács: “un brav’uomo, ma con molta meno disciplina… i gregari cominciarono a credersi dei fenomeni”. L’Ajax vince altre due Coppe dei campioni (contro Inter e Juventus) ma nell’estate 1973 Cruyff decide di andarsene. All’origine una rottura con i compagni di squadra, che lo declassano da capitano a vantaggio di Piet Keizer. Quando i compagni gli tolsero la fascia, la prese come un tradimento, perché li reputava anzitutto come degli amici. Ma c’è almeno un’altra ragione… “Ai tempi dell’Ajax guadagnavo un milione di fiorini, dei quali il 72 per cento finiva al fisco olandese. Al Barcellona mi offrirono il doppio, e per di più pagando solo il 30-35 per cento di tasse”.

Quando si trasferiscono in Catalogna, Johann e Danny hanno già due figlie, Chantal e Susila, e nel ’74 nasce Jordi. Il nome di battesimo è un omaggio a San Giorgio, patrono della Catalogna. È subito trionfo. Dopo 14 anni, il Barca rivince la Liga e si permette di espugnare il Bernabeu con uno storico 0-5.

Cruyff ha sempre avuto un’altissima idea di sé. Il suo calcio parte dalla volontà di capire come sfruttare al meglio gli spazi, perché questo gioco è soprattutto questione di testa e si gioca col cervello ancora prima che coi piedi. “Da giocatore ho imparato che sono quattro le mansioni al centro di tutto: curare il manto erboso, tenere in ordine gli spogliatoi, pulire le scarpe, sistemare le reti. Ogni altra cosa – abilità e velocità, tecnica e gol – viene dopo”.
Facendo un bilancio dei suoi compagni di squadra o dei calciatori allenati, conclude che Keizer, Rexach e Van Basten bon avevano bisogno di lui per diventare quello che sono stati. “L’unico per cui sono stato determinante è stato Pep Guardiola”…

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