Crepuscolo, Kent Haruf

Holt è Midwest, un puntino al centro dell’America. Non vi accadono storie eccezionali, Haruf si dedica a esistenze comuni, che trasudano fatica e infelicità, dunque umanità.

Il tono del racconto è piano, lineare: una microfisica dei comportamenti ordinari, fatta di piccoli gesti, dettagli all’apparenza irrilevanti, e invece carichi di senso. Sono quei dettagli che stringono i bulloni dell’attaccamento alla vita.

Questo attaccamento alla vita – nonostante tutta la sofferenza, tutta la solitudine – Haruf sa descriverlo come pochissimi. C’è sempre un motivo di speranza, qualcosa che comincia dove tutto sembra finire.
Alcune pagine sono di un’intensità quasi insostenibile. Vuoi bene a certi personaggi, ne hanno passate tante, ti preoccupi, ti disperi, sei felice, piangi per loro. Hanno tutti qualcosa in comune: sono induriti dalla vita, segnati dalle avversità e dalla natura. Condividono un sistema di valori fatto di solidarietà, che deriva proprio dalla durezza della vita, dalle parti di Holt. Fa molto caldo e fa molto freddo. La vita scorre tranquilla, ma c’è un sottofondo di violenza e di tragedia che può spalancarsi in qualsiasi momento. Spesso sgorga dal mondo dei ragazzini o da quello degli animali.

Avevo cominciato a scriverne qui.

Gli anziani fratelli McPheron sono capaci di umorismi fulminanti, forse involontari. Privati della compagnia di Victoria, dopo aver venduto i loro vitelli all’asta cittadina, tornano alla fattoria, ormai deserta: “Risalirono a casa attraversando il vialetto coperto di ghiaia. Ma l’eccitazione della giornata era ormai passata. Erano stanchi e spenti. Scaldarono sul fornello una zuppa in scatola che mangiarono al tavolo della cucina, poi misero i piatti in ammollo e si spostarono in salotto per leggere il giornale. Alle dieci accesero il vecchio, massiccio televisore in cerca di un notiziario qualsiasi proveniente da qualunque punto del mondo, prima di salire le scale e buttarsi a letto sfiniti, ciascuno nella propria stanza ai due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo”.
All’improvviso, la quiete è squarciata da una scena accecante: Harold rimane ucciso e Raymond ferito da uno dei loro tori, un Angus nero di cinque anni, che li aggredisce senza apparente motivo. Sei pagine terribili e strazianti. L’ultimo pensiero di Harold va a Victoria: “Adesso dovrai occuparti di lei da solo. La voce ormai non era che un sottile suono stridulo. E anche della piccola. Non sarò qui a vedere come se la cavano. Non vedevo l’ora”.

A pagina 92 ricompaiono due protagonisti del «Canto della pianura», Tom Guthrie e Maggie Jones, insegnanti delle superiori: “Stavano insieme da quando la moglie di Guthrie si era trasferita a Denver, anche se Maggie viveva ancora a casa propria”. Conoscono bene i fratelli McPheron, accorrono all’ospedale e si danno da fare per aiutare il superstite nelle incombenze quotidiane, per la disperazione non c’era niente da fare: “Guthrie, in piedi accanto a lei, guardava il vecchio. Stava cercando di trovare parole che potessero servire a qualcosa, ma nelle lingue che conosceva non ce n’erano di adeguate al momento”. All’ospedale arriva anche Victoria, con la piccola Katie.

Un giorno la maestra scopre che Richie (6 anni) e Joy Rae (11) sono pieni di lividi. Viene immediatamente chiamata l’assistente sociale. Rose Tyler, insieme a un vicesceriffo, scopre tutto: lo zio Hoyt Raines li ha ripetutamente percossi con la cintura, davanti ai loro genitori. Hoyt Raines è un balordo ubriacone, che campa di lavori stagionali e si è installato nella roulotte dei Wallace, approfittando della loro inebetita debolezza. Ha preteso che i bambini provvedessero alle pulizie e li ha selvaggiamente picchiati. Arrestato, Raines si mostra inconsapevole di quel che ha fatto; dice che gli stava solo insegnando la disciplina, che era la cosa giusta da fare.
Arriva il freddo a Holt, anzi il gelo. E poi il Natale. Hoyt frequenta altre anime alla deriva, come Laverne, una divorziata di vent’anni più vecchia. Bevono insieme. La notte di Capodanno vanno a casa di lei, fanno sesso, e con la naturalezza che Haruf distilla magicamente, Hoyt e Laverne cominciano a vivere insieme, lei lavora come infermiera, lui trova un lavoro come mandriano e si presenta regolarmente dall’assistente sociale. Sembra incredibile che due “rottami” simili possano sostenersi reciprocamente.

Abbandonata dal marito, rimasto a vivere in Alaska, Mary Wells si lascia cadere; comincia a frequentare un uomo che lavora in banca e che non le corrisponde minimamente.
Lasciata anche dall’ultimo amante, Mary Wells fa una scenata nell’atrio della banca, e si chiude in casa, a bere e fumare, trascura le bambine. Poi accade l’incidente: per distrazione, Mary viene investita da un camion che trasporta tori, Dena resta con una cicatrice sul volto. Un toro si spezza una zampa e il proprietario è costretto ad abbatterlo in mezzo alla cittadina, con il fucile che un altro automobilista ha estratto dal portabagagli. È un’altra scena di inusitata potenza…

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One Response to Crepuscolo, Kent Haruf

  1. sunny70blog says:

    L’intensità del dolore che si cela dietro la calma apparente di vite ordinarie meglio non si poteva raccontare, viene voglia di stare accanto ai protagonisti delle storie narrate, tenergli la mano; e la tua recensione è magnifica…

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