In the Court of the Crimson King, King Crimson, Island 1969 – 9

LA PUNTINA SUL VINILE 59.

Partirò dalla strepitosa cover di Barry Godber, per provare a spiegare come un dodicenne di provincia potesse avvicinarsi a una musica simile (il mio lp è una ristampa del 1972): in quello sguardo spaventato vedevo una specie di fumetto, qualcosa di simile a certe grottesche tavole di Magnus.

Sono passati troppi anni, riesco solo a immaginare il trauma dell’attacco: avrò abbassato il volume per non spaventare i nonni, e poi l’avrò rialzato adagio, perché quella musica andava e veniva, saliva e scendeva, fra urla e sospiri. Avevo letto che si trattava del manifesto di un nuovo genere: il “rock progressivo”.

Uscito nell’ottobre 1969, l’album rivelò al pubblico un gruppo di coetanei, nati nel 1946, aggregati intorno alle chitarre di Robert Fripp. I loro nomi: Michael Giles (percussioni e voce), Greg Lake (basso e voce solista) e Ian McDonald (tastiere, flauti, mellotron e voce); il primo nucleo del Re Cremisi musicava testi di Peter Sinfield.

Fripp è il leader, ma la sua firma sta solo su 3 brani. Il lato A è un concentrato di idee e di variazioni di clima: si passa dal grido pre-punk dell’apertura, alla sconfinata dolcezza di I Talk to the Wind, fino all’incedere maestoso di Epitaph. Il lato B è più discontinuo, pieno di sperimentalismi non ancora incanalati, discese ardite e risalite, intuizioni che partono per la tangente, scarti irrisolti fra l’epica e l’intimismo; i cori che inseguono le melodie rimangono di una perfezione abbagliante.

Impossibile identificare il punto più alto di questa sinfonia epocale, ma suscita tuttora un’emozione fortissima lo scarto fra la furibonda violenza di 21st Century Schizoid Man e i bucolici sussurri che seguono.

È un esordio che sgretola lo schema classico della canzonetta radiofonica, afferma il gusto per le composizioni dilatate, le architetture imponenti, l’identificazione di una cosmologia. In quei momenti, qualcuno aveva l’impudenza di gridare al mondo che il linguaggio del rock poteva ancora riservare una marea di sorprese.

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5 Responses to In the Court of the Crimson King, King Crimson, Island 1969 – 9

  1. gaggyblog says:

    Assoluto capolavoro!
    Anche la successiva produzione dei KC è di un livello altissimo, almeno fino al 1975, anno in cui chiudono una stagione con un album Live.
    Gruppo che ha segnato la storia del rock (progressive in particolare) con dischi che ancora oggi ascolto affascinato (forse perché mi avvio alla carriera di vecchietto).
    L’unica cosa che non mi piaceva erano certe pause un po’ troppo prolungate, anche se la veemenza della ripresa era inebriante. Ma, d’altra parte, anche questo è un sintomo dello stile di vita attuale improntato alla fretta, al dover (o volere?) vivere sempre di corsa.
    Con la giusta forma mentis, probabilmente, tali pause potrebbero risultare più godibili.

  2. Mauro D'Alo' says:

    Per me è fra i venti (perchè dieci sono troppo pochi) dischi da isola deserta…..cos’altro aggiungere a quello che hai detto Rudy? Assolutamente niente, la tua descrizione rende perfettamente l’dea di tensione emotiva che si prova all’ascolto….Fripp è un genio, e la carriera dei Crimson sta li a dimostrarlo, attraverso varie fasi (progressive, new wave, sperimentazione) che il gruppo ha attraversato sempre incidendo vinili mai meno che ottimi nonostante i vari cambi di formazione. Penso ad album eccellenti come Larks’ Tongues in Aspic o Starless and Bible Black molto difficili all’ascolto ma nettamente avanti per i tempi in cui uscirono

  3. mao72 says:

    L’inizio di tutto un mondo. Sempre avanti, mai scesi a compromessi: Dopo il periodo dei ’70 si sono riproposti aggiornando i suoni e produzioni, mantenendo comunque una linea di creatività e coerenza encomiabili. Anche le successive riproposizioni lo dimostrano. Il vecchio Fripp non lascia nulla al caso. Esempio di rara perfezione nel panorama della musica rock ‘colto’. Basta vedere alcuni frammenti live del tour di quest’anno per gridare ancora una volta: lunga vita al Re Cremisi!!

  4. 21st Century è un viaggio stordente nel suono e nell’energia. Difficile pensare a composizioni con lo stesso impatto. Mettiamoci pure un ricordo particolare alla voce e al talento di Greg Lake, scomparso qualche mese fa.

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