Tecnopolitica, Stefano Rodotà: un libro di vent’anni fa

Nel 1997, Laterza ha pubblicato “Tecnopolitica”. Vent’anni dopo, la sinistra italiana dimostra di non averlo letto. E così, come previde Rodotà, siamo passati “dalla democrazia delle opinioni alla democrazia delle emozioni”.

Le nuove tecnologie provocano dubbi con esiti opposti: l’ideale della democrazia diretta o la società della sorveglianza totale? “O dovremo abituarci ad una singolare convivenza, quella di un Orwell che abita ad Atene?”.
Si delinea una nuova forma di democrazia, non più intermittente (il voto ai rappresentanti e i referendum): “una forma di democrazia continua, dove la voce dei cittadini può levarsi in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo”.
Il rischio della via plebiscitaria, che si risolve in una radicale semplificazione dell’esistente, grazie alla riduzione delle procedure di partecipazione e controllo, cancellando ogni strumento di mediazione fra Capo e Popolo.

Come colmare il vuoto fra un’elezione e l’altra, come interrompere il silenzio-delega dei cittadini? La democrazia elettronica può offrire strumenti, purché i momenti della decisione vengano preceduti da una fase di informazione.
“La democrazia dei moderni è stata descritta come un passaggio dalla democrazia delle élites a quella dei partiti di massa e, oggi, ad una democrazia del pubblico o dell’opinione, nella prospettiva sempre più ravvicinata di un più radicale passaggio dalla rappresentanza all’autorappresentazione dei cittadini, che proprio la tecnopolitica renderebbe possibile”.

“La tecnopolitica attinge i suoi modelli dal mondo della produzione e del consumo”. L’offerta politica è assimilata a quella dei prodotti: campagna elettorale permanente, sotto forma di flussi di informazioni.
Il primato dell’immagine sulla parola.
1992: Ross Perot raggiunge il 18,9% dei voti.
Brasile: Collor de Mello diventa Presidente con l’appoggio determinante di Rede Globo.
1994: Silvio Berlusconi. “Il caso italiano non si presenta come un’anomalia, e assume il significato di un annuncio”.

In tivù, l’uomo politico emigra dai luoghi deputati all’informazione a quelli dello spettacolo e del talk show: il neologismo infotainment “sanziona l’avvenuta cancellazione d’ogni confine fra informazione e intrattenimento”.
Chi si oppone a Berlusconi può usare le stesse tecniche: ma “è illusorio pensare che quelle tecniche producano gli stessi risultati a favore di chiunque le adoperi, senza accettare al tempo stesso il modello di comunicazione e di società al quale esse rinviano. Non siamo di fronte a tecniche che si presentano come assolutamente neutrali”.

Tutte le organizzazioni politiche cercano di accrescere la propria “esposizione al pubblico”, ma ciò non produce visibilità o controllabilità dei processi politici: “la discussione, per non parlare del contrasto o del conflitto, è considerata come un fattore negativo nella comunicazione con il pubblico” per cui “i processi reali di elaborazione e deliberazione vengono sempre più confinati lontani dall’occhio del pubblico”.
Effetto: massimo di trasparenza (apparente) e massimo di opacità (sostanziale).

Nelle news televisive, in USA, i candidati si sono visti ridurre il tempo dell’intervista da 43,2 secondi nel 1968 a 9,8 secondi nel 1988, a 7,3 secondi nel 1992. “Questo impone una crescente riduzione della comunicazione politica a puro slogan, al dare un morso, con una sempre maggiore banalizzazione dei contenuti”.

“La comunicazione è già oltre i mass media tradizionali – giornali, radio, televisione generalista – . Il denominatore comune dei nuovi media è costituito dall’associazione tra televisione, computer e telefono, e il mutamento fondamentale nel passaggio dai vecchi ai nuovi media è rappresentato dalla digitalizzazione e dalla interattività, al posto della passività che contrassegnava la situazione del lettore di giornali, dell’ascoltatore della radio, dello spettatore televisivo”.

“Il problema essenziale è quello di garantire che il cittadino possa scegliere tra un alto numero di opzioni possibili; manifestare l’intensità delle sue preferenze; dare un consenso condizionato; fornire risposte originali e commenti; interrogare a sua volta il sistema per chiedere chiarimenti e informazioni”.
E’ decisivo il “potere della domanda”: ciò che si chiede al cittadino determina l’ambito delle risposte possibili, limita il potere di scelta, anzi “l’interattività può essere messa al servizio di procedure di ratifica”.
Le tecnologie non vanno ridotte ad un gioco del sì e del no, giocato da cittadini che rimangono estranei alla fase preparatoria della decisione, e alla formulazione delle domande alle quali sono chiamati a rispondere.

Tutto è sacrificato al presente: le decisioni impopolari o la cui validità si può misurare nel tempo, vengono sacrificate rispetto a quelle che pagano subito. Si alterano così i ritmi della democrazia rappresentativa: come nel sistema imprenditoriale, la politica propende “per i rendimenti a breve e rende più difficili le politiche di pianificazione destinate a dare profitti a scadenze più lontane”. – segue.

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