La saggezza nel sangue [Wise Blood], John Huston, 1979 [cine28] – 6

Nel corso di 36 anni – fra «Il mistero del falco» e «The Dead» – John Huston ha diretto 37 film, e questo è il trentaduesimo della serie. Ho controllato, di regie di Huston ne avevo accumulate 17, la diciottesima è quella che mi ha lasciato più perplesso. Diciamo così: è il suo film in cui sono riuscito a entrare di meno. Un paio di volte ho pensato arrivasse la parola “fine”, e invece il film precipitava ancora.

Tratto dal romanzo del 1952 di Flannery O’Connor ambientato nel profondo Sud (le riprese in Georgia, a Macon), è una pellicola grottesca e tragica, “è la storia della breve ribellione contro Cristo di un giovane fanatico religioso” (le parole sono di Huston, tratte dalla sua autobiografia). Al libro di O’Connor, il regista dedica una rara accoppiata di aggettivi: “divertente e atroce”.

Huston aveva 73 anni, viveva a Las Caletas, in Messico, mi pare con la quarta delle cinque mogli. Non conosceva il romanzo, né chi gli proponeva di cavarne un film (Michael Fitzgerald) e non credeva possibile trovare finanziatori. Invece, Fitzgerald ci riuscì, venne aggregata una piccola troupe, il piano delle riprese fu costruito sui giorni di sole e i giorni di pioggia e di attori “veri” ne vennero ingaggiati solo tre: Brad Dourif (come fosse sopravvissuto al «Cuculo» e prima di «Ragtime»), Ned Beatty e Harry Dean Stanton. Fotografia di Gerry Fisher, musiche di Alex North.

In certi momenti, sembra il film di un esordiente, in altri la “mano” è quella di uno che avrebbe meritato ben più di un Oscar. Hazel Motes (Dourif) torna da una guerra (sulla pagina era la Corea, sullo schermo forse è il Vietnam, ma non ci sono riferimenti precisi) con la precisa idea di fondare una Chiesa di Cristo senza Cristo. Di profeti e venditori di consolazione, ciarlatani e truffatori, ne girano molti, ma Hazel Motes è un autentico invasato, che cerca la salvezza senza fermarsi di fronte all’autodistruzione.

Più atroce che divertente.

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