Yakuza [The Yakuza], Sydney Pollack, 1974 [cine31] – 9

Sceneggiato da Paul Schrader e Robert Towne, il meglio dell’epoca, con un Mitchum pienamente in parte, è uno dei migliori film mai girati sui debiti d’onore, la lealtà e l’amicizia. Con un finale fra i più intensi e malinconici della storia del cinema.
Gli autori mostrano un grande rispetto per la cultura giapponese; lo fanno attraverso ingredienti convenzionali – una storia d’amore impossibile, un tradimento efferato, il mantenere gli impegni costi quel che costi – con l’impennata del colpo di scena che conferisce ulteriore umanità al dolore inconsolabile del membro della Yakuza che da dieci anni ha riposto la spada…

Per aiutare l’amico Tanner, Harry Kilmer torna in Giappone, da dove se n’era andato vent’anni prima, lasciando una donna di cui era innamorato ma con cui non avrebbe potuto vivere; torna perché sa che il fratello della donna – “una reliquia, un residuo di un’altra epoca, di un altro paese”, lo definisce il potentissimo fratello maggiore – si sente in obbligo di pagare un debito.
Kilmer ha conosciuto il Giappone, ma è pur sempre un occidentale e certe sfumature gli sfuggono. Del resto, le cose sono diverse da come sembravano, la Yakuza ragiona a lungo e lunghissimo termine, procura colpevoli alla polizia e agisce secondo leggi secolari e immutabili. Ogni protagonista fa i conti con le scelte compiute, sempre irrimediabili, ma l’integrità è l’unico modo per rinnovare il loro senso.

Pollack viene da «Come eravamo» e va verso «I tre giorni del condor», nel pieno di una fase magica della sua parabola artistica, e qui lo dimostra con una perfetta gestione dei tempi. Tarantino deve essersi abbeverato a questa pellicola, da cui ha imparato l’alternanza fra scene statiche, lentissime, pressoché immobili, e scene d’azione fulminee, dilatate e semplicemente spietate.

Belli i silenzi, il motivo conduttore di Dave Grusin, la fotografia di Duke Callaghan e Kozo Okazaki. Mitchum ha 58 anni ma è spiegazzato come se ne avesse settanta. Tuttavia irradia una potenza incomparabile e una sopportazione del dolore che lo fa apprezzare anche dai giapponesi più scettici. Affiancato da uno strepitoso, impassibile, dolente Ken Takakura, il loro saluto finale fa scendere una lacrima.

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