Uova fatali, Michail Bulgakov, 1924

Il racconto è ambientato nell’immediato futuro: il 1928. In questo futuro, avviene una catastrofe ecologica: una scoperta scientifica non ancora ben studiata, provoca un disastro per la fretta e l’incompetenza dei burocrati. Bulgakov anticipa così certi temi della fantascienza post-atomica.

Il professor Vladimir Ipat’evic Pérsikov, insigne scienziato, direttore dell’Istituto Zootecnico di Mosca, autorità indiscussa nel campo dei rettili e degli anfibi, scopre un raggio rosso capace di accelerare la crescita degli organismi viventi.

In quel periodo la maggior parte delle galline di Mosca erano colpite da una malattia contagiosa e quindi, per porre rimedio alla situazione, il governo sovietico prova ad utilizzare il raggio in una fattoria. Per l’errore di un burocrate ottuso e zelante, al Professore vengono consegnate uova di gallina, mentre alla fattoria gestita dal governo arriva una partita di uova di rettili, che avrebbero dovuto essere consegnate al laboratorio del Professore… La natura sfugge al controllo. L’errore viene scoperto solo dopo che le uova hanno generato mostri giganteschi, che cominciano a devastare i quartieri periferici di Mosca e uccidono tutti coloro che lavorano nella fattoria. Poi, per caso, è la natura stessa a risolvere il problema, e la situazione torna alla normalità.

Bulgakov critica la fiducia cieca nella scienza, che davanti al fallimento si tramuta in follia di massa. All’incrocio tra tragico e ridicolo: tutti i personaggi sono macchiette, troppo piccoli per comprendere le cose che maneggiano.

“Novella grottesca”, la definiva l’autore: Uova fatali si legge come un racconto di fantascienza, ma è anche una satira del comunismo degli anni della NEP, sfavillante di luci e intriso di ottusità, chiusure, entusiasmi ridicoli, burocratismi insulsi. Mettere in rilievo la faciloneria e i disastri causati dal governo costò a Bulgakov la fama di controrivoluzionario.

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