Viva Zapata! [id.], Elia Kazan, 1952 [Tv66] 8

Emiliano Zapata morì a quarant’anni, nel 1919. Fu fra i comandanti dei peones che scacciarono Porfirio Diaz, al potere da 34 anni.
Marlon Brando ne incarna l’incontenibile orgoglio e il senso di inferiorità (era analfabeta), la generosità che gli fa regalare il cavallo a un ragazzino e l’impulsività che gli fa rischiare l’impiccagione per difendere un amico. Anthony Quinn è il fratello impaziente e prepotente, Joseph Wiseman (in seguito il Dr. No di 007) è il Fouché che non ama l’umanità ma solo il potere, Jean Peters è Josefa che spinge Emiliano a un teatrale corteggiamento.

John Steinbeck scrive la sceneggiatura, Alex North le musiche. Film eminentemente ideologico, in pieno maccartismo (due anni prima di «Fronte del porto») Kazan descrive la necessità della rivoluzione e il suo retrogusto amaro: non sarà mai un pranzo di gala, gestire la pace è difficile, certi rivoluzionari tendono a imitare coloro che hanno spodestato. Ma è la fisicità di Brando a restare negli occhi: autentico sex symbol, la sua apparizione vestito di bianco, come i campesinos alla messa, nell’enorme ufficio di Porfirio Diaz, sembra un rullo di tamburi.

Brando vinse il premio come migliore attore a Cannes, ma l’unico Oscar se lo aggiudicò Eufemio, il fratello maggiore di Emiliano, un Anthony Quinn patetico e diabolico, quando decide di abusare del potere, in tutte le sue forme. Alla vicenda pubblica, si alterna la vita privata: Emiliano insegue Josefa, socialmente irraggiungibile (splendida, Jean Peters; di estrema sensualità le scene della prima notte di nozze).

Verranno i trionfi e i compromessi: la terra ai contadini (spiega un Francisco Madero mostrato come un ingenuo idealista) richiede pazienza, ma il rivoluzionario non può averla. Seguiranno i tradimenti e le restaurazioni; Pancho Villa preferirà ritirarsi a vita privata, consapevole di quanto il potere corrompa. Degeneri. Muti lo sguardo sul mondo.
Ma se muori giovane, sopra un cavallo bianco, resterai immortale.

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