Rain Dogs, Tom Waits, Island, 1985 – 8

LA PUNTINA SUL VINILE 72.

Occhieggia alla polka e al tango, con la stessa innocenza sfiora i territori del jazz e del blues, e persino quelli delle sigle dei telefilm.

Desolazione e intimità, stordimento e voglia di sopravvivere sono le locations tipiche di Tom Waits e immancabilmente, quando lo ascolto, mi vengono in mente certi quadri di Hopper. Quadri notturni, con il buio interrotto da qualche neon difettoso.

Fra questi 19 frammenti, Time, Downtown Train e Rain Dogs brillano della luce più viva. Parlano di outsiders, gente che per vari motivi è finita ai margini della società, e che la società non ha nessuna intenzione di recuperare. Anzi, di vedere.

L’artista si fa accompagnare da una schiera di musicisti: Larry Taylor (basso), Marc Ribot (chitarra), Ralph Carney (sax e clarinetto), Robert Musso (banjo), Michel Blair e Stephen Arvizu (batteria), Bon Funk (trombone), William Shimmel (fisarmonica); fra loro si aggira Keith Richards, che aggiunge la sua chitarra in tre canzoni, fra cui Blind Love. John Lurie fa la sua capatina in Walking Spanish.

Viene da immaginarlo, Waits, mentre scola un ultimo whisky in un anonimo, squallido bar, scrive due frasi sul retro di una scatola di fiammiferi, e passata la sbronza ci costruisce una di quelle canzoni che sanno di ruggine.

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