Basta così, ho deciso: credo in Walter Sabatini

Ci racconterà un sacco di balle, fa parte del suo lavoro e il tipo non è certo immune dalla vanità, ma dopo qualche settimana di riflessione sono arrivato a concludere che l’Inter ha un solo fuoriclasse. E non è nemmeno a libro-paga dell’Inter…

Walter Sabatini ha rilasciato un’intervista a Walter Veltroni (al solito bravissimo) per il Corriere dello Sport, che trovo formidabile. E’ una persona molto interessante, mi piacerebbe conoscerlo.
Dice tante cose che condivido. Tante verità scomode.
Non fa promesse che sa di non poter mantenere (Kroos, suvvia non scherziamo), identifica alla perfezione i “profili” su cui deve puntare una società tramortita come l’Inter, non finge di essere un tifoso nerazzurro (la Roma sarà sempre nel suo cuore), sa giudicare la razza dei calciatori di questa mediocrissima epoca storica, e mostra di avere le idee chiare e i “sentimenti” giusti (valgano per tutti la vicenda di Renato Curi e l’omaggio a Paolo Sollier).

D’ora in poi, almeno fino al 31 agosto questo blog “sta” con Walter Sabatini.

Cosa serve all’Inter per tornare l’Inter?
«Intanto, come giustamente ha sottolineato Spalletti, serve un pensiero e un orgoglio di appartenenza. Chi gioca in nerazzurro deve sempre ricordare cosa è realmente l’Inter nel panorama internazionale. La rosa è fatta di tutti buoni calciatori, ma forse la caratterizzazione è mancata e con essa l’integrazione tatticamente giusta. Prima di tutto dobbiamo lavorare su questo. Se ci riusciremo faremo bene, anche se sarà una campagna acquisti molto difficile».
Perché difficile?
«Perché si sta vivendo dentro una bolla speculativa molto pericolosa. Oggi, per i calciatori in Italia, girano dei prezzi insostenibili. Quando scatta una clausola da 220 milioni, nonostante possa riguardare un top player, si produce un effetto che droga tutti i prezzi».
Lei ha lavorato con gli americani, ora con i cinesi e prima con Zamparini e altri. Quali sono le differenze tra queste proprietà?
«Ho avuto il presidente padrone, il presidente divora allenatori, il presidente proprietario assoluto. Ho avuto Gaucci, Zamparini, lo stesso Lotito. Però devo dire che quando mi trovo in un rapporto diretto, anche se conflittuale, mi trovo comunque bene. Con gli altri i rapporti sono più complicati perché richiedono una comunicazione costante, fatta di tecnicismi, di piccoli racconti, di una sorta di resoconto quotidiano che non sono capace di fare neanche con me stesso. È molto più complicata la relazione con la proprietà straniera. Il problema è che noi abbiamo la presunzione di pensare che la nostra cultura occidentale, il nostro modo di vedere, inquadrare un problema, decidere sia quello più giusto, persino l’unico. E a volte uno prova un disagio enorme, non capisce i silenzi, le mancate risposte. Sto cercando di comprendere come i cinesi si mettono in rapporto con la vita e le cose per capire come poi affronteranno i problemi del calcio».
C’è qualcosa di vero nell’interesse dell’Inter per Kroos o è una balla?
«Una balla. È un’ipotesi che non ha nessun fondamento. È un auspicio dei giornali del Nord, ma non ha nessun fondamento».
Cosa pensa della vicenda Bonucci?
«Francamente è sorprendente. L’ho sempre pensato come un giocatore istituzionale della Juve, ma è una vicenda comprensibile nel calcio di oggi che divora calciatori, dirigenti, allenatori. È un disastro che non riusciamo a percepire noi, ma neanche i calciatori che vincono e sono al sicuro, in una società come la Juventus. La decisione di Bonucci può essere solo figlia di un suo disagio. Non può essere una scelta di altra natura».
Della vicenda di Totti cosa pensa?
«Penso che con l’uscita di scena di Francesco Totti viene meno un’idea tutta tecnica e tutta poetica del calcio. Non è solo un campione che smette: ci saranno delle giocate, delle soluzioni tecniche che saranno estinte perché vanno via con lui e questo è un danno per il calcio, inevitabile ma incredibile. Penso che Totti adesso debba trovare la forza di accantonare il passato e accettare l’idea che nella vita c’è anche qualcos’altro, cosa molto difficile per lui. Anche perché io ho colto nei miei colloqui con lui una reale voglia, quasi adolescenziale, di continuare a giocare al calcio. E contro quella si lotta veramente male».
Lei ha scoperto molti giocatori: Nainggolan, Lichtsteiner, Gattuso, Pastore, Ilicic. Come si individua il segno del futuro campione?
«Il giocatore mi deve far male quando lo vedo, mi deve colpire. Si possono e si devono fare le analisi statistiche, guardare i dati. Ma il campione lo vedi perché ti produce una sorta di sofferenza interiore, una scudisciata, una bottiglia che si rompe, qualcosa di unico, che trascende la normalità. Il buon calcio lo fanno i buoni calciatori, dovremmo averlo imparato».
C’è un top player del calcio mondiale che lei pensa possa venire in Italia?
«No».
Perché?
«Nessuna società italiana ha la forza di farlo. Noi dobbiamo lavorare su altro livello, su un secondo mercato e individuare il talento prima. Una volta affermato e conclamato, non viene più. È così».
Chi vincerà lo scudetto?
«Il Napoli».
Qual è il male del calcio italiano?
«Dovrei dire una cosa antipatica. Nel calcio italiano albergano troppe persone. E’ una sorta di caravanserraglio in cui tutti cercano il loro strapuntino. Approfittando di un sistema informativo drogato, molte persone sgomitano senza titolo per ritagliarsi un ruolo. Aggiunga che una volta c’era Brera, il raccontatore di storie, il calcio diventava anche letteratura godibile. Oggi le telecamere frugano da tutte le parti, e l’informazione non diventa più racconto ma opinione cangiante perché tutti hanno la loro, tutti la urlano. E’ un calcio, come la società, emotivo…».
Lei è stato un giocatore tanto forte quanto sfortunato, ha avuto molti incidenti…
«E stupido, anche».
Perché stupido?
«Ero un genio calcistico ma non capivo il calcio. Avevo qualità tecniche e velocità ma non capivo il calcio. Ho giocato il calcio della piazzetta per tutta la vita. Il calcio della piazzetta è fondamentale però a un certo punto si abbandona, io invece l’ho lasciato a ventinove anni. Sono stato un calciatore della piazzetta fino a quando non ho capito quanto fossi ridicolo e ho fatto la scelta più giusta della mia vita, smettere a ventinove anni e fare qualcos’altro. Ho preferito essere un dirigente giovane che un calciatore vecchio».
Come ricorda il giorno di Renato Curi?
«Non è passato un solo giorno in cui non ho dedicato un pensiero a Renato Curi. E’ stata, nella mia vita, la tragedia più grande. Vedere stramazzare un tuo compagno di squadra in campo, non rialzarsi, è terribile. Ho capito subito che sarebbe morto e ancora oggi sento un senso di ribellione verso questa cosa. Renato Curi era un giocatore fantastico e, anche se più grande, era il mio fratello più piccolo, perché era più basso. Lui si preoccupava perché ero sempre infortunato e un giorno mi regalò un numero tredici d’oro dicendo: “Tu hai bisogno di questo regalo, perché hai bisogno di fortuna”. La settimana dopo la fortuna ha abbandonato lui. E’ morto in un campo di calcio. Sua figlia si è sposata qualche giorno fa, non sono potuto andare perché ero in Cina e ho sofferto molto. Ho deciso però che, dopo quaranta anni, consegnerò a lei questo numero tredici d’oro. E’ giusto che l’abbia Sabina Curi».
Sabatini, perché luglio è per lei il mese più difficile?
«Perché ho sempre la sensazione che avrei potuto fare meglio. E’ l’identico stato d’animo che si ha quando al liceo devi fare la traduzione di latino o il compito di matematica e mancano cinque minuti al suono della campanella».
Cosa c’è di bello nel suo lavoro?
«Un’emozione costante. Io vivo con grande partecipazione tutte le cose, sia le cose reali, sia tutto quello che gravita intorno al calcio. Per esempio quando un calciatore sbaglia uno stop mi sento in colpa come se ne fossi responsabile. Sento di dover rispondere anche per l’erba del campo tagliata male. Non ho vie di fuga, non ho scampo».
Qual è il ruolo più importante in una squadra? Quello in cui non si può sbagliare?
«L’allenatore, prima di tutto. L’allenatore è la vera guida perché, al di là dei principi tecnico-tattici, è lui il vero psicologo dei calciatori. Adesso va molto di moda la figura del sostegno esterno fatto da specialisti, ma in realtà il vero psicologo è l’allenatore che, con lo sguardo, cambia lo stato d’animo di un giocatore o di una squadra».
Qual è l’allenatore più bravo con cui lei ha lavorato fin qui?
«Ho ricordi straordinari di allenatori che non hanno fatto strada, che avevano tante qualità che però non hanno coinciso con la fortuna professionale. Io scrivo in bacheca in grande, perché lo leggano tutti, soprattutto i calciatori, che la fortuna è un’attitudine e non possiamo invocare il caso quando si manifesta. E’ una nostra attitudine, l’abbiamo dentro. Si scrive fortuna, ma si chiama intelligenza e carattere».
Il giocatore più intelligente con il quale ha avuto a che fare?
«Le dirò sinceramente che c’è un’involuzione della figura. Perché li abbiamo educati a una relazione sociale che parte dai social network, dai tatuaggi, dalle cose effimere, stupide. Un mondo virtuale, senza il minimo decoro. Ormai sono tutti in questa situazione. Ho avuto calciatori pazzeschi nella loro qualità che si sono fatti divorare dal vizio, dalla stupidità, dalla distrazione. Ne cito uno perché mi è sempre rimasto impresso: Fabian O’Neill. Fabian O’Neill era un fenomeno soprannaturale che poi si è fatto inghiottire dal suo disagio».
Invece il più intelligente, quello con il quale andrebbe a cena?
«Io non ho l’abitudine di frequentare i calciatori a cena. Perché il mio rapporto con i calciatori rimane fugace. Faccio una battuta, una carezza per comunicare qualcosa, uno stato d’animo, però evito sempre lunghi colloqui, perché sono dannosi, nervosi. Però se mi chiede il giocatore più intelligente che abbia incontrato non fatico a farle il nome di Paolo Sollier. Talento in campo e intelligenza fuori».

22 luglio 2017, Walter Veltroni per il Corriere dello Sport

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13 Responses to Basta così, ho deciso: credo in Walter Sabatini

  1. metalupo says:

    Davvero belle parole.

  2. ” Il problema è che noi abbiamo la presunzione di pensare che la nostra cultura occidentale, il nostro modo di vedere, inquadrare un problema, decidere sia quello più giusto, persino l’unico.”

    Qua siamo molto oltre l’Inter, il calciomercato…

  3. willerneroblu says:

    Per cui calma e gess come diciamo noi e tutti allo stadio a tifare l’Fc Internazionale!!

  4. pgkappa says:

    La mia fonte ha collaborato con lui al tempo della Roma sono amici e da quando ha firmato con l’Inter mi ha sempre e solo detto una cosa: “Pier stai tranquillo che Walter la squadra la fa”.aggiungo anche che con Spalletti va molto d’accordo e si stimano a vicenda.
    Altro che ottimismo……….

  5. Duke says:

    Ho fatto lo stesso pensiero stamattina quando ho letto l’intervista

    Aggiungo che lui e Spalletti hanno quell’intelligenza emozionale a tratti quasi delirante che si sposa perfettamente con l’Interismo

  6. francesco says:

    L’intervista è interesssnte ma il merito potrebbe essere di Veltroni, che le cose sa raccontarle

  7. sunny70blog says:

    Ho apprezzato il riferimento a Paolo Sollier – un’altra bella immagine di saluto a pugno chiuso – e al prezzo da pagare quando si va “in direzione contraria ed ostinata”. Mi sono piaciute le sue risposte da lone ranger, cinico e romantico, a cui ci dobbiamo per forza affidare, davanti al male assoluto, le potenze occulte, i nostri invendibili giocatori, il casino societario…

  8. sunny70blog says:

    …direzione ostinata e contraria.

  9. Gus says:

    Bella intervista ed interessante persona. Ma tanto per esercitare un po’ di spirito critico:
    “Sto cercando di comprendere come i cinesi si mettono in rapporto con la vita e le cose per capire come poi affronteranno i problemi del calcio”. Ecco stiamo ancora all’abc sociologico. Anche a me piacerebbe capire come affonteranno i problemi del calcio. Speravo lui un’idea se la fosse gia’ fatta..
    “..È un auspicio dei giornali del nord..” è una frase che tradisce una certa distanza culturale da quel nord (da quei giornali, da quell’ambiente) in cui l’Inter è di casa e che devi saper trattare. Sennò ti macinano.

  10. willerneroblu says:

    Intanto qui a Milano l’odore che esce dai tombini è insopportabile non lo ricordavo così nauseante…….anche se 4 pere ai tedeschi non può essere casuale a meno che non gli abbiano dato una mano per gli abbonamenti!!

    • È curioso come il milan in precampionato faccia sempre dei risultati clamorosi contro gli squadroni stellari allenati da ancelotti, che non perde occasione di proclamare il suo amore per i colori rossoneri; mi sembra di ricordare una partita analoga col real madrid qualche anno fa, ma forse sono troppo maligno

  11. rugherlo says:

    Dall’intervista viene fuori una personalità sicuramente interessante.
    Certo tra Ausilio e lui, almeno a leggerli, passa la differenza che c’è tra un Belpietro e Verlaine.
    Comunque, più prosaicamente, il suo lavoro lo sa fare, spero solo che gli diano i mezzi.
    Leggevo infatti oggi qualche tweet di Daniele Mari (Inter fc1908) dove si adombravano restrizioni del governo cinese su investimenti esteri.
    Fosse davvero così satebbero cazzi…. speriamo di no.

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