Il parroco di Tours, Honoré de Balzac, 1832, Sellerio

Autunno 1826, don François Birotteau viene sorpreso da un acquazzone mentre rientra dal salotto dove ha passato la serata, nella casa di un’anziana nobildonna di Tours. Sessantenne basso e tarchiato, corpulento, ha già avuto vari attacchi di gotta. Però da un paio d’anni ha raggiunto uno dei grandi obiettivi della sua vita: alloggiare nell’appartamento già appartenuto a un altro prete. L’altro obiettivo? Diventare finalmente canonico.

Più che un romanzo, una storia realista dei costumi, come la definisce Balzac (nascita e infanzia a Tours). Il radicamento storico del racconto è nell’epoca della Restaurazione. Un’epoca di sotterfugi, in cui le ambizioni non vanno mai dichiarate e le alleanze migliori sono quelle insospettate. Balzac crede nella fisiognomica, nella possibilità di risalire dai lineamenti al carattere. “In Turenna l’invidia costituisce, come nella maggior parte delle province, lo zoccolo duro dei rapporti sociali”; la vicenda narrata si sviluppa intorno a risentimenti meschini, voluttà nel procurare dolore senza apparire colpevoli, perfidi intrighi e lotte per il potere.

Balzac scommette sul fatto che una mediocrissima vicenda provinciale possieda una sinistra grandezza, tale da farla assomigliare alle grandi passioni che muovono la Storia. Del resto, lo scrittore sa dare proporzioni epiche a una banale lite tra inquilino e proprietaria. È un romanzo quasi privo di avvenimenti e con personaggi in cui è impossibile immedesimarsi. Eppure, la persecuzione di Birotteau origina un autentico, terribile dramma, seppure con un’infima posta in gioco.

«Le Curé de Tours» è in un’edizione molto accurata, con 182 note e una notevole postfazione di Pierluigi Pellini.

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