Billions, la seconda stagione (5 di 6)

L’estetica della serie è glaciale. Colpisce la frequenza delle scene inserite in un’ambientazione asettica (vetro e acciaio della futuristica sede della Axe Capital, gli uffici della Procura distrettuale, lo studio della psicoterapeuta di coppia, la sede dell’azienda aerospaziale in cui Wendy verifica le motivazioni degli astronauti, il laboratorio dove si sintetizza il batterio killer).

La missione di Rhoades (e del suo gruppo) è semplice: dimostrare che Axelrod vince in un gioco truccato, che aggira il “libero mercato” con frodi e illegalità, sotto forma di “informazioni riservate” (dietro a cui si muovono montagne di dollari), azzerando il rischio della speculazione finanziaria. Se riuscisse a colpire Axelrod, Rhoades sa che la sua carriera politica – diventare Governatore dello Stato di New York – sarebbe in rapida ascesa.

Il finale della seconda serie sembra certificare la riuscita del capolavoro di Chuck Rhoades, perfetto burattinaio che ha guidato le marionette verso l’incriminazione del nemico. Il procuratore ha previsto tutto, ogni singolo dettaglio. E ha recitato una commedia. Così facendo, ha acquisito le prove che la Axe Capital gioca sporco, non rispetta le regole. In un complicato meccanismo investigativo, Rhoades mette a punto gli insegnamenti zen e della teoria dei giochi: sceglie la mossa che massimizza la sua utilità nel momento in cui viene compiuta.

Ha finalmente sconfitto il male, il suo nemico giurato, ma a quale prezzo? Ha speso tutti i soldi accumulati sul suo blind trust, compromettendo ogni rapporto con il padre, e questi si è vendicato mostrandogli le prove del tradimento di Wendy.
Non è forzato concludere che a Paul Giamatti e Damien Lewis venga chiesto di incarnare due facce della stessa medaglia; ma è certo Giamatti a mostrare l’evoluzione più sorprendente, riuscendo a gestire un’autentica discesa agli inferi, la totale sconfessione degli ideali e dei tabù ripetutamente enunciati. (5, segue)

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