Giorni di grazia, il testamento di Arthur Ashe

Arthur Robert Ashe jr muore di polmonite il 6 febbraio 1993. Pochi mesi prima, ha cominciato a dettare la sua autobiografia a Arnold Rampersad (autore della biografia di Ralph Ellison). Sente il bisogno di esprimere il suo punto di vista su questioni per lui fondamentali: razza, istruzione, politica, sport, nonché l’esperienza di malato di Aids. La forza del libro sta nel restituire la voce di Ashe, la sua personalità per molti versi eccezionale: instancabile e prudente, permeabile e coraggioso, pragmatico e idealista.

“Se la reputazione è un valore che si possiede, fra tutte le cose ho è quello che per me conta di più”. Ashe mostra di dare un’enorme importanza a quello che la gente pensa di lui, si è sempre sentito osservato e giudicato; da chi? innanzitutto dalla madre Mattie, morta quando non aveva ancora sette anni. E poi dal padre, “un uomo forte, onesto e responsabile. Ha vissuto ed è morto da semianalfabeta, ma si è comprato una casa e ha sempre fatto lavori importanti per lui e per la gente della comunità in cui vivevano”. Il padre l’ha sempre chiamato Arthur Junior.

Positivo al test dell’Hiv, il virus che provoca l’Aids; il virus gli è stato trasmesso in una delle operazioni chirurgiche seguite all’infarto del 1979. Ashe ne è a conoscenza dal 1988, lo rivela alla stampa nell’aprile 1992. Si è sentito costretto a fare outing, a rendere pubblica la sua condizione, per evitare che un giornale la rivelasse senza il suo consenso.

Vincitore di 33 tornei, fra cui tre dei quattro tornei del Grande Slam (Us Open, Australian Open e Wimbledon) e del doppio al Roland Garros.
“Nessuno più degli atleti deve conciliarsi con l’idea di perdere, imparando a trarne qualcosa di buono”.
Ammirava Muhammad Alì, Tommie Smith e John Carlos, e anche il sociologo Harry Edwards. Amava Jackie Robinson e Paul Robeson, Bill Bradley e Byron White (afroamericano giocatore di football americano salito alla Corte Suprema): “volevo essere come quegli uomini per quello che avevano realizzato al di là dello sport”.

L’11 gennaio 1985 Ashe è fra i sedici arrestati davanti all’ambasciata del Sudafrica a Washington dove si svolge una manifestazione contro l’apartheid.
Insieme a Harry Belafonte, Ashe fa parte del nucleo fondatore di Artists and Athlets Against Apartheid. C’è senso di colpa e persino rimorso in quanto rivela: “Mentre il sangue scorreva liberamente nelle strade di Birmingham, Memphis e Biloxi, io giocavo a tennis. Vestito di un bianco immacolato, con grande eleganza colpivo palle da tennis sui campi perfettamente asfaltati della California, di New York e dell’Europa, mentre in tutto il Sud, ragazze e ragazzi della mia età stavano sopportando il dolore e la sofferenza per liberare i neri dall’apartheid di stampo americano”.
Ha votato quasi sempre per il Partito Democratico, ma nel 1988 ha sostenuto George Bush. Nel 1992, invece, ha sostenuto Bill Clinton. Ha provato un’ammirazione sconfinata verso Nelson Mandela; nel 1991, negando di avere malattie infettive, è tornato in Sudafrica, ha poi rivisto Mandela a New York, dopo l’outing.
“Per via della mia dedizione al ragionamento e alla conciliazione, certe persone mi hanno sempre considerato un conservatore, un opportunista o persino un codardo. Pazienza”.

L’ultima azione pubblica di protesta, Ashe la compie il 9 settembre 1992 contro il governo Usa che blocca le navi dei profughi di Haiti e le rimanda indietro, sostenendo non siano vittime di persecuzione politica (a differenza dei cubani, accolti come eroi). Ricorda che gli Stati Uniti hanno sostenuto i militari che hanno deposto Aristide, liberamente eletto. Quel 9 settembre, Ashe si reca a Washington e viola il divieto di manifestare in prossimità della Casa Bianca. Si lascia arrestare. Paga una multa di 50 dollari e torna a casa. Il giorno dopo è colpito da infarto. In ospedale, nella lussuosa stanza in cui venne ricoverato JFK, lo vanno a trovare tanti amici, fra cui Jesse Jackson e Yannick Noah.
Il primo dicembre 1992, su invito del segretario generale dell’Onu Boutras-Ghali, Ashe ha parlato all’Onu in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids.

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2 Responses to Giorni di grazia, il testamento di Arthur Ashe

  1. gigidibiagio says:

    Segno. Peccato la casa editrice che già fu del giovin signore…

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