Billions, la seconda stagione (6, fine)

Se si volesse costruire un reticolo delle relazioni dirette – le scene a due – in cui appaiono i quattro protagonisti, si arriverebbe alla seguente conclusione: i fili che legano Wendy e Chuck sono appena più numerosi di quelli che legano Wendy a Bobby; pochissimi fili mettono in relazione le due donne, appena uno (una telefonata intercettata per caso) mettono in contatto Lara e Chuck. Quanto ai due protagonisti, il finale della seconda serie ricalca quello della prima: soli, senza testimoni, a riversarsi addosso tutto il male che provano l’uno per l’altro.

Fra le trame della seconda serie, ce n’è una ben preparata ma non utilizzata fino alle estreme conseguenze. Su “soffiata” di un amico, Axelrod decida di acquisire i debiti di una comunità del nord dello Stato, Sandicot. La cattiva gestione di chi l’ha governata, espone la municipalità di Sandicot a sicura rovina, se non fosse per una segreta, grande speculazione fondiaria, al centro della quale sta l’edificazione di un casinò. Ne deriveranno soldi a palate, Axelrod pare sia l’unico a saperlo. Perciò, compra i debiti di Sandicot.

Ma Rhoades ha scoperto la manovra, e grazie al legame del padre con il boss “Democratico” dello Stato (David Strathairn) riesce a far trasferire altrove il progetto di casinò.

Ora la Axe Capital ha in mano debiti inesigibili. A meno di non fare come fanno gli Stati: imporre “l’austerità” – la chiamano proprio così. Ma un conto è speculare e gettare sul lastrico una marea di sconosciuti, figure anonime e senza volto, entità astratte; ben diverso è impoverire persone vere, chiudendo scuole e ospedali e pignorando persino il Municipio (oltre a una splendida scultura di Remington, cantore dell’epopea western). Uno degli analisti abbandona la Axe, altri vanno da Wendy alla ricerca di rassicurazioni. Lo stesso Bobby Axelrod appare scisso da pulsioni opposte.

La parola definitiva, puramente darwiniana, verrà dalla moglie Lara, semplicemente convinta che i rami secchi vadano tagliati. Si potrà evitare il rimpallo psicologico, il senso di colpa, costruendo un po’ di opere di beneficenza, scalabili dalle tasse. (6, fine)

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