Operazione San Gennaro [id.], Dino Risi, 1966 [Tv75] 7

Divertirsi con gli stereotipi è una delle grandi lezioni della commedia all’italiana. Se parli di Napoli, qui trovi un intero campionario dell’arte di arrangiarsi (mi pare manchi la pizza, ma ci sono l’abbuffata di cozze, l’indolenza, la superstizione, il gioco delle tre carte), la confezione è accurata, il cast azzeccato, certe scene ambientate nei “bassi” profumano di autentico.

Nino Manfredi è Armando, detto Dudù, un piccolo guappo azzimato, che comanda i suoi senza usare armi e commette reati con il sorriso sulle labbra; Totò è Don Vincenzo (ancora più bonario del Don Raffaé di De André); vestita da suora o in negligé, Senta Berger sparge la sua bellezza sfolgorante; una Bond Girl doppiata (Claudine Auger) fa Concettina, la fidanzata gelosa di Dudù, Mario Adorf è la forzuta e un po’ ottusa guardia del corpo del boss, Harry Guardino l’americano che organizza il colpo, pensando di far fessi i napoletani… Il riferimento più diretto? «I soliti ignoti». I film debitori? Tantissimi, a cominciare dalla trilogia di Ocean.

La Napoli di quei tempi si entusiasma per Omar Sivori e Sergio Bruni, ma aspetta la liquefazione del sangue del santo per esprimere i veri desideri. Rubare il tesoro a San Gennaro è blasfemo? Non è detto. Certo, serve un’assoluzione preventiva, un segno divino per elaborare i sensi di colpa, ma l’essenziale è che tutti quei soldi (trenta miliardi dell’epoca) restino a Napoli. Con quei trenta miliardi, si potrebbe fare del bene ai napoletani, costruire case e ospedali… Don Vincenzo, del resto, riuscì a rubare un carrarmato ai liberatori americani.

La tempistica del colpo è scandita dai 3 minuti delle canzonette: il furto avverrà nella serata finale del Festival della canzone napoletana, in una città deserta e distratta. Alla fine, Risi sembra aver esaurito le idee e propone solo una serie di inseguimenti.

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