Un poker di Manchette – 2. Fatale, 1977

Aimée è un’assassina. Ha già ucciso molti uomini, cambiando città ogni volta e riuscendo a far perdere le sue tracce. E a Bléville organizza un complotto che poi si rovescia in massacro.
Aimée uccide per interesse, con la massima freddezza. Ma soltanto uomini. E Manchette descrive questa assassina con lo stesso sguardo gelido che riserva alle sue vittime: borghesi corrotti e ipocriti, solitamente attratti da Aimée, e da lei strumentalizzati.

Lo stile di Manchette è impulsivo, propone il colpo di scena con una rapidità mai vista, e in poco più di cento pagine, propone una narrazione fitta, strapiena di cose, difficilmente riassumibile.
L’inizio: ci sono sei cacciatori che “dopo tre ore di caccia non avevano ancora ucciso niente. Erano frustrati e di cattivo umore”. Davanti a uno dei sei, Roucart, appare questa ragazza: “poteva avere tenta, trentacinque anni. Aveva gli occhi scuri e un viso delicato. Il suo accenno di sorriso scoprì appena i denti piccoli e regolari”. Roucart è contento di vederla: “Questa sì che è una sorpresa! Una bella sorpresa! – gridò mentre lei imbracciava il calibro 16, lo puntava contro di lui e, prima ancora che lui smettesse di sorridere, gli scaricava le due canne nello stomaco”.

Perché Aimée faccia tutto questo, perché sia diventata un’assassina professionista, non viene spiegato. Manchette non ha interesse per le psicologie, ma solo per l’azione. E Aimée si tiene in forma, è piccola e magra, fa ginnastica e karate. Fa spesso il bagno. Ha una perfetta padronanza del proprio corpo, si sveglia quando vuole senza la sveglia.
L’alta borghesia locale si frequenta abitualmente, gioca a bridge, consuma adulteri con mogli decorative, nasconde i propri scandali. L’unico che rompe questa quiete è un nobile decaduto, trattato come un pazzo, il barone Jules.

Aimée descrive il suo metodo di lavoro. “Alla fine si trova sempre qualcosa … Ce n’è sempre uno o due che hanno voglia di uccidere qualche altro fesso. Il resto è un problema di diplomazia. Bisogna entrare in intimità col cliente. Mettergli in testa l’idea di uccidere, sapendo che quella è già lì. Infine offrirgli i propri servizi, se possibile in un momento di crisi. Ma non dico mai di essere io il killer. Dato che sono una donna, non mi prenderebbero sul serio”.

Scrive Jean Echenoz: Quello di Aimée Joubert è un “progetto politico”: “impadronirsi del denaro là dove quello si trova. A Aimée interessano i ricchi e lei va solo dove si trova il denaro”.

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