Un poker di Manchette – 3. Pazza da uccidere, 1972

Abilissimo e crudele, Thompson è un killer senza emozioni, a parte un’ulcera che gli procura dolori sempre più lancinanti. Prima di uccidere, non può toccare cibo per molte ore; dopo, lo assale la fame, ma è solo una parentesi di sollievo.

Alta e magra, capelli neri e occhi viola, lineamenti molto marcati, Julie Ballanger ha passato gli ultimi cinque anni in un ospedale psichiatrico. Dalla reclusione, viene a sottrarla Michel Hartog, ricchissimo e senza scrupoli. Lei sa che Hartog è “il re del sapone, dell’olio e dei detersivi”, ha fama di benefattore, nelle sue società ha assunto molti portatori di handicap, ed è divenuto ricchissimo dopo la morte del fratello e della cognata in un incidente aereo.

Appena arrivati a Parigi, Julie vede Hartog aggredito da un certo Fuentès, ex socio caduto in disgrazia. E scopre di essere stata scelta per fare da baby sitter a Peter, sette anni, il nipote di Hartog rimasto orfano. Il lettore sa che Peter è il prossimo bersaglio di Thompson…

Nato a Marsiglia nel 1942 e morto di cancro ai polmoni a 53 anni, Manchette non offre la minima traccia di psicologie, e nemmeno dialoghi significativi: sono le crude azioni a definire il profilo dei personaggi.

Le prime righe: “L’uomo che Thompson doveva uccidere, un pederasta colpevole di aver sedotto il figlio di un industriale, entrò nella stanza. Chiudendosi la porta alle spalle, ebbe il tempo di sobbalzare alla vista di Thompson addossato alla parete. Poi Thompson gli piantò nel cuore la lama di una sega rigida montata su una grossa impugnatura cilindrica e provvista di una guaina circolare in lamiera”.

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