Manchette, Piovono morti (1976). Un’imprevista quinta lettura (dovrò procurarmene altre)

«Que d’os», tradotto da Luigi Bernardi, riporta in scena Eugène Tarpon, detective privato con sede a Parigi, ex gendarme dimessosi per aver ucciso un uomo (eccesso di legittima difesa) nel corso di una manifestazione in Bretagna.

Tarpon era stato il protagonista di «Un mucchio di cadaveri», pubblicato tre anni prima. Da allora, nella finzione letteraria, è passato un anno, l’ex gendarme cerca ancora di sopravvivere come detective, e stavolta è la polizia a spedirgli un cliente, “una vecchia signora” che cerca disperatamente la figlia, scomparsa da un mese. A Tarpon – che fa da voce narrante – quella donna ricorda la madre, e anche se teme non ci sia niente da fare (la giovane donna pare fuggita insieme all’amante) accetta di occuparsene, perché non ha altro da fare che pedinare uno dei sei dipendenti di una farmacia che “rubacchiava soldi dalla cassa, come sospettava il titolare”. La vicenda si carica di incertezza quando Tarpon comprende che Philippine Pigot, la ragazza scomparsa, è cieca dalla nascita.

Il pedinamento del farmacista porta Tarpon a Dieppe, dove mangia cozze, patatine e birra (!); il sospettato è un giocatore, stavolta vince un bel po’ di soldi al casinò.

Eugène Tarpon vive solo, nel piccolo appartamento che gli fa anche da ufficio, non gli si conoscono relazioni sentimentali. Manchette ci offre solo un paio di nuovi dettagli: guida una Due Cavalli (che finirà distrutta) ed è un appassionato di scacchi, gli piace “ricostruire” e rigiocare le partite dei grandi campioni. Di sfuggita, sappiamo che gli capita di rivedere Charlotte, ora maritata Malrakis, la giovane protagonista di «Un mucchio di cadaveri» (fa ancora la controfigura nel cinema).

Un uomo gli consegna una lettera scritta in braille, che spiegherebbe la fuga d’amore di Philippine; il detective annusa qualcosa che non lo convince, rivolge domande all’uomo che gli ha portato la lettera e non riceve risposte, insiste, ma “proprio in quel momento qualcuno ha aperto la porta d’ingresso e mi ha picchiato in testa con un’incudine o qualcosa del genere”. Ma il colpo di scena davvero drammatico avviene poco dopo: Tarpon ha un appuntamento con la signora Pigot nell’atrio della Gare Saint-Lazare, al solito molto affollato: “le ho fatto un segno con la mano, le sono andato incontro, lei è corsa verso di me, ed è stato in quel momento che la sua testa è scoppiata”…

Tarpon non ha sentito lo sparo, ma dal modo in cui la donna è caduta, ricava la direzione. Non individua l’omicida, ma adesso, senza alcun incarico retribuito, è evidente che Eugène Tarpon non può sottrarsi alla ricerca della verità…

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